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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

lunedì 24 dicembre 2012

7.2: Cina: socialismo o capitalismo?

7. Socialismo vs. turbo-capitalismo 

Abbiamo adottato una politica economica in grado di consentire il funzionamento delle forze di mercato nell’assegnazione delle risorse, ma sotto la guida e la regolamentazione macroeconomica del governo. Negli ultimi trent’anni, abbiamo accumulato una grande esperienza nel facilitare il ruolo della mano visibile e della mano invisibile nel regolare le forze di mercato. Se conosce le opere classiche di Adam Smith, ricorderà La ricchezza delle nazioni e il libro sull’etica. Ne La ricchezza delle nazioni si parla della mano invisibile, ovvero le forze di mercato. L’altra opera tratta invece di uguaglianza e giustizia sociale, e si ribadisce l’importanza del ruolo regolatore del governo nel distribuire con equità la ricchezza tra la popolazione. Se in un paese la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi, allora quel paese non conoscerà mai stabilità e armonia. Lo stesso vale per l’attuale crisi economica americana. Per risolvere le difficoltà finanziarie ed economiche che oggi affliggono l’America, occorre applicare non solo la mano invisibile, ma anche quella visibile.
Wen Jiabao intervista con Fareed Zakaria su Newsweek settembre 2008 (1)

Janos Kornai, economista ungherese, e la sua tesi è che la Cina funzion perché è capitalista e e in ‘”The Socialist System” (1992) ha descritto quelle che per lui sono le caratteristiche di un sistema capitalista piuttosto che di uno socialista. Heiko Khoo, un intellettuale proveniente dalla ex Germania comunista, ha sottoposto ad esame critico i criteri di Kornai sostenendo che le caratteristiche della Cina attuale sono compatibili con un sistema socialista riformato.

venerdì 26 ottobre 2012

6.1.2: Lo 0,4% della popolazione,ovvero i figli dei dirigenti del partito, possiede il 70% della ricchezza nazionale

 6: Il mito del Social Volcano
6.1 Disugualianze


La Cina sarebbe una sorta di Vulcano Sociale pronto ad esplodere. Un piccolo pugno di super ricchi e per il resto una desolante povertà. Ecco cosa scrivono due critici di "sinistra" della Cina. Naomi Klein in Shock Economy e Xulio Rios su Rebelion:
Secondo uno studio del 2006, il 90 per cento dei miliardari cinesi (calcolati sullo yuan cinese) sono figli di funzionari del partito comunista. Circa 2900 di questi rampolli di partito - noti come «i principini» - controllano 260 miliardi di dollari (Klein 2009). 
Lo 0,4% della popolazione accumula il 70% della ricchezza, ha affermato lo scorso ottobre Xingdu Hu, professore di economia presso l'Istituto di Yecnologia di Pechino. La Cina è il paese con il maggior numero di miliardari dopo gli Stati Uniti, secondo la rivista Hurun (Rios 2010).
Ma cosa c'è di vero? Nulla! La storia la dice anche lunga sulla "censura" cinese!!! Rios scrive addirittura dopo che la storia era stata smentita dall'inchiesta che riportiamo qui sotto. Ecco una sintesi della storia vera in un'inchiesta del sito People Net del 6 Agosto 2009 dal titolo "Il 91% di coloro con più di 100 milioni di yuan sono figli di quadri dirigenti: I dati sono stati truccati e poi diffusi".

mercoledì 1 agosto 2012

5.10: Prima potenza industriale con l’economia più dinamica del mondo

5. La via del socialismo
Secondo i media occidentali la Cina sta sprofondando nel caos economico, nella guerra sociale e nella fame da più di venti anni. La verità sembra essere altrove. La Cina mostra una salute economica insolente, e la popolazione affronta il futuro, con ottimismo e speranza, nonostante le sfide importanti da risolvere. 
(Chan-Lee 2006).

Il presente in Cina e cambia con un'accelerazione costante. Un europeo avrebbe dovuto vivere quattrocento anni per vivere un cambiamento così radicale.
Yu Hua, romanziere 
(Financial Times, 09-10 Aprile, 2005, p. W3).


Per la sua rapidità, la sua profondità. la crescita cinese non ha nulla di comparabile con tutto ciò che noi abbiamo potuto conoscere nella storia economica del mondo.
Jean- Louis Gombeau. Economista. Giornalista al CP-AN. 2011

Rileva Simone Oggionni dopo un viaggio in Cina:
Dal 1949 al 2009 il Pil cinese è aumentato di 77 volte, l’incasso fiscale di 1000 volte, la produzione elettrica di 805 volte, il volume del commercio estero di 2266 volte, la riserva di valuta estera di 14mila volte. Dal 1978, in particolare, la Cina registra una crescita media del Pil del 9,5%. Il reddito pro capite annuale in quell’anno era di 200 dollari (per 1 miliardo di persone). Nel 2010 ha raggiunto i 5000 dollari (per 1 miliardo 350 milioni di persone). È già la seconda economia mondiale ed entro il 2025 scavalcherà anche gli Stati Uniti (ogni dodici mesi Goldman Sachs rivede la previsione, anticipandola di qualche anno). Ciò che rileva è che questa poderosa crescita economica è stata posta al servizio di un altrettanto imponente piano di sviluppo infrastrutturale, di opere pubbliche, di urbanizzazione e industrializzazione del Paese (del quale, al fine di capirne per intero la portata, non vanno mai dimenticate le dimensioni). Oggi la Cina, grazie ad esso, è un Paese in larga misura avanzato e che ogni anno sottrae all’arretratezza e alla povertà milioni di contadini. Con un modello di sviluppo – vi accenno soltanto – qualitativamente superiore a gran parte dei modelli capitalistici occidentali per esempio sul terreno cruciale della questione ambientale e della sensibilità ecologica, come dimostrano la campagna di riforestazione decisa nel 2008 dal governo e lo sviluppo del settore delle energie pulite e rinnovabili (dal 2008 la Cina è il primo Paese al mondo per questo tipo di investimenti)

mercoledì 25 luglio 2012

5.9: Investimenti stranieri e interesse nazionale

5. La via del socialismo

Eco City e industrial park a Taijn

Se si parla di socialismo, non dobbiamo dimenticarci ciò che il socialismo ha realizzato in Cina. Un tempo era terra di fame, povertà, disastri. Oggi niente di tutto questo. Oggi la Cina può nutrire, vestire, educare e curare 1 miliardo e duecento milioni di persone. Penso che la Cina sia un paese socialista, e il Vietnam pure sia una nazione socialista. Essi dicono che hanno introdotto tutte le necessarie riforme al fine di motivare lo sviluppo nazionale continuando a perseguire gli obiettivi del socialismo. Non ci sono regimi o sistemi completamente puri. A Cuba, per esempio, ci sono molte forme di proprietà privata. Abbiamo centinaia di migliaia di proprietari di aziende agricole. In alcuni casi essi possiedono fino a 110 ettari. In Europa sarebbero considerati grandi proprietari terrieri. Praticamente tutti i cubani sono proprietari della loro casa e, per di più, noi accogliamo con favore gli investimenti stranieri. Ma questo non vuol dire che Cuba ha smesso di essere socialista.
Fidel Castro

Gli alti tassi di crescita cinesi consentono un’espansione sempre maggiore del mercato interno L'espansione del mercato interno attira capitali stranieri. Gli investimenti stranieri in questo contesto creano posti di lavoro nel manifatturiero diminuendo la popolazione contadina e ciò contribuisce fortemente al miglioramento complessivo delle condizioni di vita di milioni di cinesi. La Cina rappresenta da sola il più grande ricettore d’investimenti diretti stranieri. A fine 2006 la mole di capitale investito ammontava a oltre 615 miliardi di dollari. 75 miliardi nel solo 2007. (Salickij 2008)

La sfida della globalizzazione la Cina l’ha già vinta attraendo il 65% dei 792 miliardi di dollari ricevuti da 21 paesi asiatici durante i passati cinque anni secondo l’Asian Development Bank. Gli investimenti diretti dall’estero si sono quasi triplicati dal 1980 fino a undici miliardi di dollari nel 1992, dopo il viaggio di Deng nel Sud, triplicandosi ancora a trentaquattro miliardi nel 1994 e raddoppiando poi a sessantuno miliardi nel 2004 fino ai settantadue miliardi nel 2007. (Hutton 2007, p. 97). Questo ha fatto dire a Lee Kuan Yew il padre fondatore di Singapore che la Cina è “un aspirapolvere per gli investimenti stranieri”(Hamlin 2008).

martedì 19 giugno 2012

5.8: Il boom dell’autogestione: dalle TVE al "New Socialist Countryside"

5. La via del socialismo

Costruire un'armoniosa nuova campagna socialista

"La fabbrica è dei lavoratori. Il management non dà ordini come accade nella industrie tradizionali ma fornisce risorse ai lavoratori per produrre meglio", spiegano ancora mostrando il modello a piramide rovesciata dello stabilimento Haier. Ma guai a chiedere di spiegare meglio, a provare a capire se Haier è un’industria di Stato. "Non lo è", risponde cortese Zhang Tieyan. È privata? "Nemmeno". E allora cosa? "È controllata dai suoi stessi lavoratori".E che vuol dire di preciso? "Per voi occidentali è difficile capire".
Risposta di un manager della Haier all'inviato di Repubblica (Nola 2010)



Quando si parla di settore non statale oltre alle aziende private si intende anche le cooperative o altre aziende autogestite che sono un elemento pienamente socialista dell’economia. Lo stato si è tenuto le aziende migliori (un noto business-man americano ha affermato “le aziende che ci interessano non sono in vendita, quelle sono in vendita non ci interessano”(Egido 2007) poi ha passato le altre alle comunità locali che a loro volta le hanno passate alle cooperative. Quindi parecchie aziende che non sono più statali sono ora autogestite.

Lo sviluppo economico è stato guidato dalle imprese delle piccole città e dei villaggi: infatti molti dei guadagni dall’agricoltura sono stati investiti localmente nelle manifatture, spesso a basso contenuto tecnologico e di tipo “labour intensive” (Bedon 1994) . Le imprese cooperative industriali di villaggio, di proprietà di tutti gli abitanti dei villaggi o municipi interessati, vennero poi regolarizzate da una legge del 1990.L’incredibile successo delle “imprese di città e di villaggio” (TVE) ha sorpreso persino Deng Xiaoping, il quale affermò che sono «il nostro più grande successo (…) Questo risultato non è stato nulla di previsto da me o da alcuno dei compagni; è stato un fulmine a ciel sereno» (Hutton 2007, p. 90).

7.6: Le aziende di proprietà statale sono in declino?

5. La via del socialismo



La Cina ha comunismo e mercato, e orgoglio per entrambi. L’Italia non ha quasi più il comunismo, non ha ancora veramente il mercato e non ha né l’orgoglio di una cosa dalla quale sta cercando di uscire né l’entusiasmo per una cosa che sta cercando di creare.
Tommaso Padoa-Schioppa (2008).

La proprietà pubblica, come fondamento del sistema economico socialista, è una forza fondamentale dello stato per guidare e promuovere lo sviluppo economico e sociale e una garanzia importante per la realizzazione degli interessi fondamentali e la prosperità comune della maggioranza della popolazione ... L'economia proprietà stato ha conquistato un posto dominante nei principali settori che hanno una stretta attinenza con la salvaguardia economica del paese e i settori chiave, e ha appoggiato, guidato e portato con sé lo sviluppo di tutta l'economia sociale. L'influenza e la capacità il controllo delle aziende di stato andrà ulteriormente aumentata. L'economia di proprietà dello stato ha svolto un ruolo insostituibile nella modernizzazione socialista cinese.

Li Rongrong presidente della State-Owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council, 2003.

La ristrutturazione delle aziende di proprietà statale in Cina viene presentata in Occidente, come un’imponente iniziativa di privatizzazione e arretramento rispetto al socialismo. Sarebbe addirittura la “prova” del “fallimento” del socialismo non solo nell’URSS, “ma anche in Cina”. I critici, sia di sinistra che di destra, hanno sostenuto che l’obiettivo della riforma dell’economia era la privatizzazione delle imprese statali (SOE) mentre lo stato si sarebbe concentrato sulla gestione macroecnomica, sulla fornitura di servizi alle aziende, sulle infrastrutture. In realtà spesso si sostiene che ormai tutto si stia trasformando in capitalismo privato. Ma la realtà è diversa.

Kevin Lin dell'Università di Sidney sottolinea che quando si parla del miracolo cinese si finisce sempre col battere sul tasto della privatizzazione dell'economia che produce merci scadenti sotto la direzione delle multinazionali straniere. Si tralascia sempre il settore statale ignorando che "tale settore è venuto ad assumere un’importanza crescente, non solo per l’economia nazionale, ma anche per quella globale. Secondo l’equivalente cinese della lista delle cinquecento imprese di Fortune, un elenco compilato dalle organizzazioni rappresentative degli imprenditori cinesi – la Confederazione delle Aziende Cinesi (Zhongguo qiye lianhehui)e l’Associazione degli Imprenditori Cinesi (Zhongguo qiyejia lianhehui) – nel settembre del 2012 ben trecentodieci delle cinquecento aziende con maggior fatturato erano di proprietà dello Stato, un risultato che conferma un trend in corso già da diversi anni. E, di fronte a colossi del settore pubblico che, come le cinesi Sinopec e PetroChina, sono ormai tra le aziende più grandi al mondo, c’è poco da stupirsi se la rivista The Economist si è spinta al punto di descrivere paesi come Cina, Russia e Brasile alla stregua di ‘capitalisti di Stato’. Per molti aspetti, le autorità cinesi stanno semplicemente seguendo le impronte di altri paesi sviluppisti asiatici, ad esempio adottando politiche industriali finalizzate all’incoraggiamento di un settore statale strategico attraverso la creazione di conglomerati come le Keiretsu giapponesi o le Chaebol sud-coreane. Tuttavia – come è stato sottolineato dall’Economist – il caso cinese presenta almeno una peculiarità: l’inequivocabile proprietà statale di questi conglomerati industriali, sempre più simili a giganteschi animali mitologici. Ed è proprio questa ascesa del settore statale, seguita ad anni di drammatico declino, ciò che spesso sfugge agli osservatori esterni (Lin 2012). 

La struttura economica della Cina si basa sul socialismo di mercato che è un sistema di economia mista, diversificata dal punto di vista della proprietà in cui il settore pubblico, ovvero le aziende di stato e quelle collettive, ha una posizione dominante. Il settore statale dell’economia (formato in generale da aziende di grandissime dimensioni) controlla i principali segmenti e campi chiave, che danno l’impronta al tipo di sviluppo. La proprietà privata rappresenta circa un terzo dell’intera economia.

lunedì 28 maggio 2012

5.7: Il sistema che vanta il maggior numero di imitazioni

5. La via del socialismo

Per tutti coloro che, come noi, credono nel socialismo, quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza. Non è azzardato affermare che il futuro del socialismo nei prossimi decenni dipenderà in larga misura da quello che la Cina saprà realizzare. 
Fidel Castro Ruz (Castro 1999) 


Il poliziotto del mondo potrebbe essere occidentale, ma il maestro del mondo, come è stato per millenni, risiede ancora in Oriente.
(Hughes 2008)

David Schweickart rileva il grande successo economico della Cina nel quadro di un sistema controllato da imprese di proprietà dei lavoratori. "Questa economia socialista di mercato 'incoerente' è sorprendentemente riuscita, con in media un sorprendente dieci per cento di tasso di crescita annuo nel corso degli ultimi quindici anni", ma continua Schweickart: "La Cina non è oggi fonte di ispirazione  nella maniera in cui lo fu la Russia all'indomani della rivoluzione bolscevica, o come la Cina lo è stata per molti nella sinistra negli anni ‘60 o come lo sono stati il Vietnam o il Nicaragua e Cuba "(in Ollman 1998, p. 8). Questo è senza dubbio vero per la sinistra occidentale che, a differenza dei cinesi, non è certo famosa nel mondo per le proprie performances.
Sebbene i cinesi vengono spesso accusati di copiare dal punto di vista economico in realtà spesso vengono copiati. La Cina sostiene di non essere un modello, ma, di fatto, lo è: "La Cina non ambisce ad essere un “modello” per tutti. Questo è un aspetto importante anche per il futuro, soprattutto se letto alla luce di quelle che sono state le dinamiche interne al movimento operaio e comunista dello scorso secolo, a partire dal fallimento della rivoluzione nell’Occidente capitalistico e dal conseguente isolamento della rivoluzione d’Ottobre: la Cina potrebbe costituire – e in effetti costituisce – un esempio attrattivo per tanti paesi in via di sviluppo con governi che abbiano a cuore la crescita autonoma del proprio paese e il miglioramento delle condizioni di vita della propria gente, ma non per i paesi a capitalismo avanzato" (Graziosi 2007) .

5.6: Piano, mercato e controllo macroeconomico

5. La via del socialismo

Questo può sembrare singolare. Comunismo e commercio? Sembrano due cose assolutamente incompatibili, assurde, lontane! Ma se ci si riflette, dal punto di vista economico non sono più lontane l'una dall'altra di quanto lo sia il comunismo dalla piccola economia contadina, dall'agricoltura patriarcale. 
Lenin (Lenin 1921 e pp. 94-96).


L'economia del socialismo di mercato è dualistica fondandosi sulla pianificazione a corto, medio e lungo raggio che ha la valenza di orientamento, ma basandosi anche sulla produzione e l’interscambio di merci. Dunque il mercato è una caratteristica inscindibile del socialismo a questo livello di sviluppo delle forze produttive. Come sottolinea giustamente un economista cubano: “Uno sguardo retrospettivo all’esistenza del socialismo conosciuto renderebbe comprensibile che, al livello delle forze produttive attuali, la società è distante di poter inviare il mercato, insieme al telaio manuale, al museo della storia“ (Díaz 2007).

Secondo l'esperienza del capitalismo e socialismo nel periodo 1920-1980, il mercato ha dimostrato di essere un meccanismo superiore per lo sviluppo delle forze produttive. Il problema della trasformazione da un'economia pianificata a un'economia di mercato nei paesi socialisti si è posto sin dall'inizio. Con la NEP Lenin ha sostenuto che è bene per il socialismo conceda piccole libertà commerciali e libertà limitata ai capitalisti (Umpiérrez 2005 c).  Così in un paese distrutto dalla guerra mondiale prima e poi dalla guerra civile, Lenin ristabilisce il mercato con concessioni alle imprese straniere per ottenere tecnologia, il monopolio del commercio estero per controllare le importazioni e le esportazioni, relazioni intense coi paesi capitalisti per acquisire divisa forte e per acquistare tecnologia. Per Lenin senza tecnologia non c’è socialismo. Per Lenin il socialismo sono i soviet più l’elettrificazione a simboleggiare il potere politico del Partito del proletariato assieme allo sviluppo economico-tecnologico.

domenica 27 maggio 2012

5.2: Dalla riforma al socialismo di mercato. La Cina nella prima fase del socialismo

5. La via del socialismo

Adam Smith e Karl Marx
Ciò che era stato fatto in epoca maoista poteva costituire una solida base per proiettarsi in avanti. Da un reddito pro capite che era la metà di quello indiano nel 1949 è passata allo stesso livello dell’India alla metà degli anni ’70. Con la rivoluzione Cina è di nuovo uno stato completamente sovrano che, per la prima volta dopo una eclissi durata un paio di secoli, riesce nell’unificazione nazionale godendo di peso e riconoscimento internazionale. La Cina nel 1978 poteva contare su importanti complessi industriali e una potente industria militare-spaziale; l’agricoltura disponeva di grandi opere idrauliche e di infrastrutture, comunque insufficienti se stimiamo che la Cina possiede quasi la quarta parte della popolazione mondiale ma il suo territorio, che per ragioni naturali e geografiche è adatto alle attività agricole costituisce solo il 7% delle superfici arabili a livello mondiale. Aveva anche altri vantaggi, non soffriva di processi inflazionistici, né di pesanti debiti esteri. Però la crescita dell’economia cinese si rivela insufficiente, e la produttività molto bassa. Nel 1978, il 3° plenum dell’11° CC delibera di passare alla riforma. Gli effetti dell'introduzione del mercato sono stati semplicemente spettacolari. 

Si sente spesso dire che la Cina dopo avere privilegiato le esportazioni dovrebbe ora privilegiare il consumo interno. Abbiamo detto della persistente mancanza di beni di consumo nei paesi socialisti, è ciò crea molte opportunità non sfruttate per la produzione di beni di consumo e servizi. Anche il trasferimento di quantità modeste di risorse nella produzione di beni di consumo, così hanno ragionato i dirigenti cinesi, avrebbe dovuto rapidamente aumentarne la domanda. Inoltre, poiché vi è una tale domanda insoddisfatta di grandi dimensioni, il "tiro" delle risorse nella produzione di beni di consumo dovrebbe essere forte. Infatti, la riforma di fine anni settanta si è basata anche sul consumo interno che è aumentato enormemente in questi trenta anni, più del 7% l’anno. La riforma è stata fatta espressamente per aumentare il consumo interno, affinché la crescita del paese si trasformasse immediatamente in un aumento dei consumi. Altra cosa importante, con Deng l’economia cinese torna a crescere ripartendo dall’inizio (dal settore primario, come avrebbe consigliato Adam Smith sostiene Arrighi) e non dalla fine (cioè industria pesante). La crescita dell'agricoltura ha portato ad una domanda di beni di consumo che a sua volta ha indotto una rapida crescita dell'industria pesante non fine a se stessa ma come conseguenza del rapido sviluppo dell'industria leggera e dell'agricoltura. Questo a differenza delle ricette del FMI che portarono la Russia al collasso, con il crollo degli standard di vita l'industria leggera e l'agricoltura sono a loro volta crollate e di conseguenza ciò ha portato alla debacle dell'industria pesante (Lessons 1996).

giovedì 24 maggio 2012

4.9: Mitologie del socialismo: capitalismo di stato e burocratismo. Parte seconda.

4. Socialismo tra realtà e mito

Trotsky propende sempre per la relativa autonomia della burocrazia dal partito mentre Lenin vuole la riduzione e la revisione dall'alto per farlo diventare uno strumento del partito contando sulla direzione del collettivo dei primi ministri e sul Rabkrin. Nell'aprile 1922 Stalin diventa segretario generale del partito e viene sollevato da commissario del Rabkrin. In settembre Lenin propone di rinnovare il collettivo dei primi ministri aggiungendo a Rykov anche Kamenev e Trotsky che Lenin spera di convincere alla lotta contro la burocrazia. Stalin approva, ma Trotsky rifiuta. Questi rifiuta il posto di primo ministro perché lo poneva come vice di Lenin assieme Rykov e Kamenev cioè allo stesso livello di questi due. Lenin ripete la proposta nella lettera del gennaio del 1923 al Politbureau. Trotsky rifiuta di nuovo e ribadisce che lotta alla burocrazia significa che il Partito non deve sovrapporsi allo stato e opporsi alla burocrazia significa lottare per la riduzione del controllo del partito sullo stato. Per Trotsky gli organi di stato interferiscono con gli specialisti sul piano militare e economico. Per Lenin, la proposta era invece un mezzo per combattere il burocratismo nello stato. Per Trotsky questo è solo un tentativo del partito di interferire con l'amministrazione dello stato. Lenin continua a vedere il problema burocrazia nei termini dello stato come problema e nel partito come soluzione. Il leader bolscevico sostiene che ci sono decine di migliaia di “gente nostra” nella burocrazia ma ai vertici qualche migliaio di zaristi e borghesi lavorano “contro di noi”. Dopo la Rivoluzione l'apparato è rimasto invariato e quindi è ora di distribuire il potere propriamente. Stalin critica Trotsky e sostiene che il collegio dei ministri, tra i quali egli vorrebbe Trotsky, deve guidare la politica economica mentre Trotsky ribadisce di non volere nessuna interferenza del CC e del governo nella politica economica. La leadership deve essere del Gosplan. Il Gosplan è l'organo della pianificazione economica formato da manager, tecnici ed ex capitalisti sotto la supervisione di Trotsky. Questi viene accusato da Stalin di essere diventato il patriarca dei burocrati (Discussione 2001). Trotsky non cambia posizione. Il 13 dicembre egli scrive a Lenin, Stalin e ad altri e dichiara che l'apparato dello stato dovrebbe essere posto su un differente passo di un sistema centralizzato. Egli definisce il Rabkrin “la più assoluta e totale spazzatura”. Dopo la morte di Lenin, Trotsky sostiene in privato che il capo bolscevico aveva proposto una nuova troika assieme a lui e Stalin. Nella sua autobiografia conferma che Lenin sperava di coinvolgere lui stesso nella lotta contro la burocrazia (Van Ree 2001). 

mercoledì 23 maggio 2012

4.8: Mitologie del socialismo: capitalismo di stato e burocratismo. Parte prima.

4. Socialismo tra realtà e mito
La lotta contro la burocrazia molto di moda nel sessantotto
... noi dobbiamo in realtà puntare soprattutto su una categoria che è la categoria dell’apprendimento. E’ una categoria che Mao ha saputo far valere soprattutto nel saggio, credo del 1935, sulla pratica. Mao insiste che come la lotta di classe si sviluppa attraverso contraddizioni, così anche il processo di conoscenza per comprendere la lotta di classe si sviluppa attraverso contraddizioni. E io credo che questo tema della necessità dell’apprendimento sia stato sviluppato soprattutto da due grandi autori, uno è Mao Tse Tung, un altro autore, vittima anche lui di una costante rimozione, si chiama, lo voglio dire, Deng Xiaoping. Deng Xiaoping ha scritto pagine memorabili su questo tema. Lo devo dire. Quando ho incominciato, da poco tempo, a leggere Deng Xiaoping, ho di nuovo ritrovato un’emozione intellettuale che non trovavo da molto tempo, cioè da quando leggevo Lenin polemizzare contro la frase vuota che non significava assolutamente nulla.
Domenico Losurdo (Losurdo 2000).

Prima di passare ad analizzare la realtà cinese occorre fare una carrellata storica delle posizioni che vanno per la maggiore nella “sinistra radicale” dagli ultimi patetici “marxisti leninisti” ormai ridotti a essere la versione buffa del trotzkismo, ai trotzkisti medesimi fino ai no-global. Le “frasi vuote” di cui parla Lenin impazzano nella sinistra radicale occidentale e i concetti stravaganti ancora di più. Uno di questi ci sembra sia il “capitalismo di stato”, l'altro è quello di "burocrazia". Occorre affrontarli entrambi nella loro genesi storica per capire quali mitologie agitano le menti della "sinistra radicale". Questi concetti costuiscono delle false piste per la spiegazione del crollo del socialismo nei paesi europei.
Lenin dà, già dal 1918, al capitalismo di stato una connotazione positiva ma due bolscevichi appartenenti ai “comunisti di sinistra” Ossinski e Bucharin ne sottolineano invece gli aspetti negativi. Il capitalismo di stato sarebbe un’operazione condotta a detrimento del proletariato nel suo complesso che sarebbe ridotto a salariato dello stato-padrone per cui non ci sarebbe nessuna edificazione socialista ma appunto il capitalismo di stato. La vulgata trotzkista-bordighista (in particolare Tony Cliff) oggi dominante intende le stesse aziende statali di un paese socialista come parte del capitalismo di stato. Le tesi di C. Bettelheim secondo cui in URSS si è instaurato sin dall'inizio un capitalismo di stato non vedendo nessuna evoluzione e transizione in corso, sono sulla stessa falsariga. La tesi è stata enunciata originariamente in Occidente da Bordiga e ripresa successivamente dal movimento del '68. Bordiga per la verità preferisce parlare in realtà di “industrialismo di stato”. Questa posizione è contraria al senso che Lenin finisce per dare al capitalismo di stato, ossia dell'utilizzo del capitalismo (quello vero, privato) per il rafforzamento dell'economia e quindi dello stato socialista.

martedì 22 maggio 2012

4.7: Considerazioni sui sistemi socialisti in URSS, Est Europa e Cina

4. Socialismo tra realtà e mito




La formazione della teoria del Socialismo alla cinese ha usato proprio il marxismo come linea di guida, facendo un bilancio dell’esperienza e delle lezioni dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Est europeo, e anche della stessa esperienza di costruzione del Socialismo in Cina nel periodo ‘49-’78, prendendole come base per la formazione di questa teoria. 
Huang Hua Guang, responsabile per l’Europa Occidentale del Dipartimento Esteri del Partito Comunista Cinese (Huang 2010).

I tre maggiori successi nell'economia del Novecento si devono a paesi socialisti. L'URSS degli anni trenta ma anche della guerra e della ricostruzione post bellica, la Jugoslavia degli anni cinquanta e primi anni sessanta, la Cina dalla fine degli anni settanta sino ad ora. Eppure è convinzione generale che il comunismo abbia lasciato solo un cumulo di macerie. 

Coloro che per primi si interessarono alla economia politica del socialismo Marx, Engels, Kautsky scelsero la pianificazione vedendo l'evoluzione del capitalismo, in particolare in Germania, che andava sempre di più verso il capitalismo monopolistico di stato. La tendenza in atto nell'Ottocento era l'accentramento del capitale in un relativamente piccolo numero di imprese che per il loro alto grado di monopolio potevano prescindere dal mercato. Di conseguenza bastava impossessarsi di questo sistema una volta giunto a maturazione e poi una volta preso il potere la ripartizione dei compiti e dei beni sarebbe stata relativamente semplice. La natura tendenzialmente anarchica, le perdite economiche e la disoccupazione durante le grandi crisi, caratteristiche tipiche del capitalismo, portarono i fondatori del socialismo ad essere diffidenti nei confronti del mercato. Essi vedevano le crisi economiche come crisi di sovrapproduzione e quindi stabilivano un rapporto tra salari troppo bassi, prezzi tropo alti e i profitti che sono associati allo sfruttamento. Il mercato veniva associato a fenomeni negativi come l’accumulazione di ricchezza e dunque contrari al socialismo. La regolamentazione altamente centralizzata dei salari e dei prezzi stabiliti amministrativamente veniva identificata con il socialismo e il mercato come la sua antitesi. Il progetto insomma aveva un suo senso. Ma il capitalismo è stato capace di evolversi. Non altrettanto il socialismo. L'economia capitalista si è evoluta verso la complessità e la divisione del lavoro è diventata più dispersiva attraverso il lavoro individuale, le piccole aziende artigiane, le gradi aziende che creano l'indotto di piccole e medie aziende nei distretti industriali e via dicendo.

lunedì 21 maggio 2012

4.6: Cina: dalla rivoluzione alla riforma

4. Socialismo tra realtà e mito


Mao Zedong, Zhou Enlai, e altri leader rivoluzionari della prima generazione, come molte altre élite sociali e politiche cinesi, sono stati ispirati dal sogno di raggiungere una rapida modernizzazione. La mancanza di industrializzazione, in particolare la mancanza di grandi industrie pesanti che erano alla base della forza militare e della potenza economica è stata percepita come la causa principale dell'arretratezza del paese. Così è stato naturale per le élite sociali e politiche in Cina di dare priorità, dopo la Rivoluzione, allo sviluppo di un'industria pesante, avanzata e di grandi dimensioni, allorchè hanno iniziato ad edificare la nazione.

Justin Yifu Lin (2010)

La riforma è nata dall’evidenza del ritardo economico del paese. Non bisogna dimenticare che prima della rivoluzione del 1949, il 75% della popolazione del paese era analfabeta, che la speranza di vita era simile agli inizi della rivoluzione industriale dei principi del secolo XIX in Europa, e che la vita dei cinesi era un inferno governato da politici corrotti e potenze straniere. Le conquiste rivoluzionarie furono molto importanti, e la Cina passò in poche decadi di fame nera con milioni di morti, alla sicurezza alimentare, seppur modesta. Passò alla proprietà della terra per i contadini, conobbe i medici rurali - seppur scarsamente preparati -, arrivò all’istruzione popolare. Ma trent’anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare, il paese esigeva di iniziare un nuovo impeto, passare dal socialismo della penuria al socialismo dello sviluppo. 
Higinio Polo (2006) 


Grazie all’appoggio sovietico i comunisti cinesi arrivarono alla vittoria sul Kuomintang. I comunisti mettono in atto la strategia di Yan'an. Il consenso popolare nelle zone liberate in particolare della Manciuria, dove l'armata Rossa ritirandosi aveva ceduto il territorio a Mao, consente ai comunisti di concentrare le loro forze al fronte. I nazionalisti sono occupati a tenere a bada le proteste della popolazione per l'iperinflazione, così, nonostante la superiorità numerica, vengono battuti dall'EPL di Mao (Hutton 2007, p.67). 

Il PIL della Cina devastata da lunghi anni di guerra, nel 1952, è solo un 1/5 di quello della Russia del 1928 ed è paragonabile a quello dell’Europa Occidentale nel 1750. La Cina che fino alla fine del Settecento era uno dei paesi più avanzati del mondo era ridotta in cenere dall'imperilismo mentre la contemporanea rivoluzione industriale in Occidente separava sempre di più i livelli di sviluppo con la Cina facendo nascere quella che Pomeranz chiama la grande divergenza. Nel 1938 segnalava Mao in una nota che l’industria, principalmente leggera, rappresentava il 10% del PIL cinese. Un paese feudale diventò socialista senza passare dallo stadio capitalistico. Un’autentica Rivoluzione contro “Il Capitale” per usare la famosa espressione di Gramsci. Inevitabile che anche in Cina si riproponesse lo stesso dibattito che in URSS seguì il comunismo di guerra. In Mao c’è la coscienza che occorra, per tutto un periodo, formare un’alleanza con ceti capitalistici consentendo lo sviluppo del capitalismo per sviluppare le forze produttive, infatti, scrive nel 1947:

domenica 20 maggio 2012

4.5: Il socialismo di mercato nell'est Europa e l'autogestione jugoslava

4. Socialismo tra realtà e mito


Molti dimenticano che lo stesso socialismo di mercato non è una novità assoluta nei paesi socialisti. Anche questo fa parte di questa esperienza storica. E’ significativo che molti economisti abbiano pensato già dagli anni ’50 al socialismo di mercato come ad una alternativa a quello rigidamente pianificato. La discussione viene avviata principalmente in Jugoslavia e nella Polonia di Gomulka, segue l'Ungheria mentre Germania Est e Cecoslovacchia rimangono attardate. Ma si potrebbe persino pensare agli albori delle Democrazie Popolari. Analogamente a ciò che avveniva in Cina scrive l'economista di origine ungherese Evgenij Varga: “Il regime sociale di questi stati si differenzia da tutti gli stati da noi conosciuti finora : è qualcosa di assolutamente nuovo nella storia dell’umanità”….In essi “esiste il sistema della proprietà privata sui mezzi di produzione; ma le grandi imprese industriali, il trasporto e il credito sono nelle mani dello stato e lo stato stesso e il suo apparato di repressione non servono gli interessi della borghesia monopolistica, ma gli interessi dei lavoratori”…”Con la nazionalizzazione dei principali mezzi di produzione e col carattere stesso di questi Stati sono state gettate le basi per il loro passaggio al socialismo. Essi possono, mantenendo il potere statale attuale, passare gradualmente al socialismo sviluppando sempre più le organizzazioni di tipo socialista che già esistono accanto alle aziende mercantili…e …capitalistiche che hanno perso la loro posizione preminente”…”Così la struttura sociale negli Stati democratici di nuovo tipo non è la struttura socialista, ma una nuova forma originale di transizione. Le contraddizioni tra le forze produttive e i rapporti di produzione si attenuano man mano che aumenta il peso specifico del settore socialista”. proposte simili a quelle avanzate da mao per il governo di coalizione e Togliatti della Democrazia Progressiva. Dunque le idee c'erano. Ciò in cui si sbagliò fu nel pensare che in paesi come quelli dell'Est che avevano subito una riufeudalizzazione fossero suffucenti pochi anni per passare ad obbiettivi socialisti avanzati (Sorini 2003)

Nel 1956, dopo l'introduzione dell'economia pianificata in Polonia, il Consiglio economico, cioè un ente governativo, si dichiarò a favore del modello "decentrato". Mentre, in Ungheria, nel corso del 1950, le raccomandazioni della Commissione economica a favore delle riforme di mercato sono state respinte dal Comitato Centrale del Partito Comunista perché contrarie ai principi fondamentali del socialismo (Bjarnason 1997).

4.4: La riforma Liberman e le ragioni della crisi dell'URSS

4. Socialismo tra realtà e mito
Gli anni della riforma: " Forgiamo le chiavi della felictà"


Il punto è che la Cina ha saputo - dopo la morte di Mao - fare un bilancio critico, ma non liquidatorio, della fase precedente e delle condizioni di eccezionalità che l’avevano contraddistinta; ha trovato gradualmente la via di un modello di sviluppo che andasse oltre Mao, senza bisogno di demonizzare Mao, con una politica di riforme - ancora in corso - adeguate alla nuova fase storico-politica (modello che si sta sperimentando, che non viene considerato esaustivo e definitivo, che si è pronti a correggere sulla base dell’esperienza, ma che ha permesso di fronteggiare la crisi del “socialismo reale”, evitare il crollo, andare avanti). Mentre l’Urss e le direzioni del PCUS che sono venute dopo Stalin, non hanno saputo veramente andare “oltre Stalin”; lo hanno denigrato o rimosso, ma non hanno saputo elaborare e attuare un progetto organico di riforme del sistema sovietico capace di rivitalizzarlo nella nuova fase storica; non hanno saputo adeguarlo al nuovo contesto interno e internazionale per renderlo capace di reggere la competizione economica e tecnologica con i Paesi capitalistici più avanzati, passando da una fase estensiva ad un’intensiva dello sviluppo economico, fino ad imboccare la via della stagnazione burocratica e poi della crisi. E, con la catastrofe finale della politica gorbacioviana, hanno condotto l’Urss non sulla via della riforma del socialismo, ma sulla via della sua autoliquidazione. 
Sergio Garavini (ex segretario PRC)

In URSS i problemi c'erano ed erano ormai riconosciuti dalla maggioranza degli economisti dentro e fuori il paese. La questione centrale viene individuata nelle difficoltà di armonizzare gli interessi delle aziende con quelli della pianificazione centrale. Le aziende sono obbligate a rispettare determinati indici imposti dall'altro e poco interessate ad andare incontro alle necessità di un mercato che non può svilupparsi liberamente (Bufarale 2006). Secondo la teoria di Stalin i prezzi hanno una funzione accessoria in quanto vengono utilizzati solo in sede di contabilità e verifica. In realtà la funzione dei prezzi è quella di allocare in maniera efficiente le risorse. Per questo devono essere flessibili e un’azienda deve avere la possibilità di ridurre i prezzi oppure di ridurre la produzione nel caso la merce rimanga invenduta mentre al contrario deve potere aumentare i prezzi nel caso di un eccesso di domanda rispetto alla disponibilità delle merci. Ma se lo stato stabilisce un prezzo fisso, compensa le perdite di bilancio e offre sovvenzioni, un’azienda non ha alcun interesse a produrre di più e meglio dato che gli eventuali profitti vanno allo stato che copre anche gli eventuali disavanzi. Ciò non va ad incentivare il miglioramento della qualità dei prodotti che spesso vanno ad accumularsi tra le scorte di magazzino: “Non vi è dubbio che questa pratica ha avuto a che fare con la caduta precipitosa dei tassi di crescita che ha avuto inizio nel corso del Settimo Piano quinquennale di Kruscev e proseguita con i suoi successori (Bjarnason 1997). Mancavano ad esempio teorie per la determinazione dei prezzi in assenza di un mercato concorrenziale. Non era nemmeno chiara la determinazione dei prezzi pagati da un’impresa ad un altra nello scambio reciproco di semilavorati o componenti di determinati prodotti in assenza del mercato[1].

4.3: I giorni dell'acciaio: collettivizzazione e industrializzazione in URSS

 4. Socialismo tra realtà e mito


Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.
Eppure lo sappiamo:

anche 1'odio contro la bassezza stravolge il viso.
Anche 1'ira per 1'ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Bertolt Brecht

Nell'attuazione della pianificazione dell'intera economia del paese (e non solo di una singola fabbrica o di un singolo settore industriale) i comunisti russi si muovevano su un terreno affatto nuovo e inesplorato, privi di ogni riferimento o modello nei classici del marxismo.[...]Quell'esperienza andrebbe studiata e ristudiata attentamente da parte di chi si propone un superamento del capitalismo. Altre esperienze (piccole comunità autogestite, "bilanci partecipativi", e tutto quanto è diventato di moda tra i no global) appaiono ben poca cosa a fronte della pianificazione sovietica e degli altri paesi del "socialismo reale". 
Andrea Catone.


Lenin preconizza, come vedremo meglio in seguito, la possibilità della costruzione del socialismo in Russia attraverso l'industrializzazione e la diffusione della cooperazione nelle campagne. 


Van Ree scrive: 
Piuttosto che posporre le ambizioni socialiste in un lontano futuro, nell'ultimo periodo della sua vita attiva Lenin conclude che, contro le sue prime più pessimistiche aspettative, il socialismo può essere ottenuto in uno spazio di tempo relativamente corto. Nel suo discorso al Soviet di Mosca nel Novembre del 1922 egli notava che “il socialismo non sarà a lungo una questione di un lontano futuro”. Il socialismo diventa parte della vita di ogni giorno. Il compito di trasformare la Russia della NEP nella Russia socialista si sarebbe svolto “non domani ma in parecchi anni”. In “Sulla cooperazione” egli dice che, partendo dalla NEP verso una situazione di piena cooperativizzazione, avrebbe preso una “completa epoca storica” che egli stimava in una o due decadi. Così egli si aspettava che il processo sarebbe stato portato al successo finale attorno al 1938. Sorprendentemente, questo è il tempo che Stalin ha impiegato (Van Ree 2001).
Nel 1936, infatti, Stalin chiude con le concessioni agli stranieri, sebbene fossero ancora attive le concessioni fatte ai contadini con la cosiddetta neo-NEP, che costituivano un elemento marginale del mercato. Nella sostanza questi articoli di Lenin come Sulla cooperazione sono la prima teorizzazione della possibilità di costruire il socialismo in Russia, ovvero in un paese isolato e arretrato. Questo punto di vista è poi sviluppato Stalin nell'opuscolo I problemi del leninismo (1926) e sostenuto da Bucharin. Stalin nella Lettera al compagno Ivanov (1938) in seguito dividerà la questione della vittoria del socialismo in due parti. La prima parte riguarda la vittoria completa del socialismo in URSS, cioè la possibilità di costruire il socialismo e l'impossibilità di restaurazione del capitalismo dovuta a forze interne. La borghesia interna può essere sconfitta attraverso il rafforzamento dell'alleanza tra operai e contadini. La seconda parte riguarda la vittoria finale, che è impossibile per la permanente minaccia d'intervento delle potenze occidentali contro la Russia sovietica e che diventa possibile solo attraverso la vittoria della rivoluzione in Occidente. Dunque l'Unione Sovietica deve aiutare il proletariato degli altri pesi ad instaurare il socialismo, perché la questione della vittoria finale non si può decidere sul piano interno. Così argomenta Stalin.


Zinoviev sostiene nell'aprile del 1925 che la piena vittoria del socialismo in un paese come la Russia era possibile secondo Lenin che però pensava, da internazionalista, che sarebbe stata incompleta e instabile. Secondo l'interpretazione che Zinoviev dà di Lenin, l'URSS della NEP è una ritirata temporanea e non la via maestra verso il socialismo, è capitalismo di stato in uno stato proletario che deve rinnovare la lotta di classe contro i kulak, può e deve costruire il socialismo in un solo paese ma proseguendo la lotta per la rivoluzione in un altro numero di paesi avanzati. Che fossero proprio Zinoviev e Kameniev a puntare sulla rivoluzione mondiale era del tutto stravagante dato che, nell'Ottobre del 1917, si erano rifiutati di farla persino in Russia. Anche la cooperazione per Zinoviev è capitalismo di stato come, in effetti, la definì Lenin nel 1921 quando non esisteva ancora un’industria statale avanzata ed era dunque vista in collegamento col capitalismo di stato. Ma comunque Ziniviev afferma: “A chi ci chiede se possiamo e dobbiamo stabilire il socialismo in un solo paese, rispondiamo che lo possiamo e lo dobbiamo. Fin da ora, senza aspettare, lavoreremo senza sosta a edificare il socialismo in URSS” (Zinoviev 1973, p. 240). A questo punto la discussione sulla costruzione del socialismo diventa una questione di lana caprina. Una discussione che Trotskij trova schematica, dottrinaria e scolastica e per un anno e mezzo, come ricorda il suo biografo Deutscher, non interviene nemmeno sul tema. Trotskij deve riordinare un pochino le proprie idee. Egli infatti, prima del '17, polemizza apertamente con Lenin sulla parola d'ordine della “dittatura democratica degli operai e dei contadini”, a cui contrappone la teoria della rivoluzione permanente che non prevede tappe intermedie, dunque la rivoluzione russa può vincere solo come rivoluzione proletaria e di conseguenza si dovrà spingere immediatamente sulla via socialista (Discussione 2001). Con la teorizzazione di Zinoviev, secondo cui l'URSS è nella fase del capitalismo di stato, la rivoluzione permanente va a farsi benedire. Con l'adesione alla piattaforma dell'Opposizione di Sokolnikov, la contrapposizione alla politica della maggioranza del Partito Bolscevico, erroneamente attribuita all rifiuto del "socialismo in un solo paese" avviene più da destra che da sinistra, e Trotskij pensa che il programma di disarmo nei confronti delle campagne, portato avanti dall'ex ministro delle finanze, sia divenuto la piattaforma dell'opposizione. Trotskij nel 1925 vede dietro la demagogia della nuova opposizione l'espressione burocraticamente distorta (espressione analoga a quella che userà in seguito per l'URSS) delle ansietà del proletariato e al congresso del Partito riconosce che ci siano degli elementi di verità nelle accuse della maggioranza all'opposizione di Leningrado di essere la continuazione delle vecchie opposizioni del 1923-24. Del resto lo stesso Trotskij alla XV conferenza del partito afferma: "Se noi non pensassimo che il nostro Stato è uno Stato proletario, affetto, è vero, da deformazioni burocratiche […], se noi non credessimo che la nostra edificazione è socialista; se noi non credessimo che vi sono, nel nostro paese, risorse sufficienti per sviluppare l'economia socialista; se non fossimo convinti della nostra vittoria completa e definitiva, è evidente che il nostro posto non sarebbe più nei ranghi di un partito comunista." (Broué 1971, p. 247).

4.2: Lenin va al mercato: La NEP

4. Socialismo tra realtà e mito

La Russia della NEP diventerà la Russia socialista

Ci troviamo qui di fronte al problema più difficile. L'imposta in natura significa, s'intende libertà di commercio. Il contadino, dopo aver pagato l'imposta in natura, ha il diritto di scambiare liberamente quel che gli rimane del suo grano. Questa libertà di scambio significa libertà per il capitalismo. Noi lo diciamo francamente e lo sottolineiamo. [...] Vale a dire che noi, in una certa misura, ricreiamo il capitalismo. E lo facciamo del tutto apertamente. Si tratta del capitalismo di Stato. Ma il capitalismo di Stato, in una società in cui il potere appartiene al CAPITALE, e capitalismo di Stato in uno stato proletario sono due concetti diversi. In uno Stato capitalistico, capitalismo di Stato significa capitalismo riconosciuto e controllato dallo Stato a vantaggio della borghesia e contro il proletariato. Nello Stato proletario, viene fatta la stessa cosa a vantaggio della classe operaia e allo scopo di resistere alla borghesia ancora forte e di lottare contro di essa. E' ovvio che dovremo cedere molte cose alla borghesia e al capitale straniero. Pur non snazionalizzando nulla, cederemo ai capitalisti stranieri miniere, boschi, pozzi petroliferi, per ottenere in cambio prodotti industriali, macchine, ecc... per ricostruire in tal modo la nostra industria. [...] Dobbiamo pagare per la nostra arretratezza, per la nostra debolezza, per quello che impariamo, per quello che dobbiamo imparare. [...] Che cosa ci costringe a fare questo? Nel mondo non ci siamo noi soli. Viviamo in un sistema di stati capitalistici. Da un lato ci sono i paesi coloniali, che non ci possono ancora aiutare, dall'altro i paesi capitalistici che sono nostri nemici. [...] Non nascondiamo, ammettiamo anzi con tutta franchezza, che le concessioni nel sistema del capitalismo di Stato significano pagare un tributo al capitalismo. Ma noi guadagniamo tempo, e guadagnare tempo significa guadagnare tutto, specie in un'epoca di equilibrio, in cui i nostri compagni stranieri si preparano seriamente alla rivoluzione; e quanto più seriamente sarà preparata, tanto più sicura sarà la vittoria. Ebbene, fino a quel momento saremo costretti a pagare un tributo. 
Lenin (Lenin 1921b).

Tutto fu determinato dal fallimento della rivoluzione tedesca guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebnecht e dal fallimento della rivoluzione in Occidente che è il centro dello sviluppo economico e tecnologico. La Russia paese periferico ha necessità di ovviare al fatto che la prima esperienza socialista si deve sviluppare in un paese arretrato che manca di capitali e tecnologie. 

Nel 1921 la Russia sovietica era prostrata e stava sprofondando. La produzione industriale, crollata ad un quinto di quella anteguerra. La produzione di acciaio si è ridotta di ventitré volte. Il raccolto dei cereali scende del 37% nel 1922. L'illuminazione stradale e il riscaldamento vengono sospesi per mancanza di elettricità e gas. I contadini coltivano i campi solo per soddisfare il fabbisogno famigliare, milioni di ettari di terreno non vengono coltivati. I lavoratori sono delusi. A San Pietroburgo scioperi e cortei contro il governo si susseguono. Le forze di opposizione ancora presenti nei Soviet come socialrivoluzionari e menscevichi soffiano sul fuoco. Scoppia la rivolta a Kronstadt dove i rivoltosi chiedono il ripristino del libero commercio.
In Lenin ritorna un argomento che troveremo implicitamente in Stalin ed esplicitamente in Deng ossia la concentrazione in un settore più limitato delle “deboli forze del proletariato”.  Stalin lo farà quando sceglierà di concentrarsi sull’industria pesante per le esigenze di difesa militare. Per Deng le motivazione sono le stesse ma ancora più vicine a quelle di Lenin: liberiamoci da ciò che è secondario e concentriamo i nostri pochi capitali su ciò che è essenziale. Scrive Lenin:
Cerchiamo quindi di definire con la massima, assoluta cautela i nostri compiti in questa fase nuova, superiore, della lotta. Definiamoli con la maggior modestia possibile; facciamo il più gran numero di concessioni, nei limiti, beninteso, in cui il proletariato può cedere rimanendo classe dominante; raccogliamo quanto più rapidamente è possibile una moderata imposta in natura; diamo la maggior libertà possibile allo sviluppo, al rafforzamento, alla ricostituzione dell'economia agricola; cediamo gli stabilimenti che non ci sono strettamente necessari ad appaltatori, compresi i capitalisti privati e i concessionari stranieri. Abbiamo bisogno di un blocco o di un'alleanza dello Stato proletario con il capitalismo di Stato, contro l'elemento piccolo borghese. Quest'alleanza deve essere realizzata con abilità, seguendo la regola: «Misura sette volte prima di tagliare». Riserviamoci un campo di lavoro meno vasto, quello che ci è assolutamente necessario, e nulla più. Concentriamo in un settore più piccolo le forze indebolite della classe operaia; ma in compenso ci rafforzeremo più solidamente, affronteremo la prova dell'esperienza pratica, non una e due volte, ma più volte. Passo passo, un pollice dopo l'altro: per un cammino così arduo, in una situazione così grave, tra tali pericoli, un «esercito» come il nostro non può avanzare oggi in altro modo. Chi trova questo lavoro «noioso», «privo di interesse», « incomprensibile», chi arriccia il naso o cade in preda al panico, o si lascia ubriacare da declamazioni sull'assenza dell'«antico slancio», dell'«antico entusiasmo», ecc, deve essere — o meglio sarà — «esonerato dal lavoro» e relegato negli archivi, affinché non possa portare pregiudizio, poiché non vuole o non sa riflettere sulle particolarità della situazione attuale, della fase attuale della lotta (Lenin 1922b, 262).
Boffa ne parla in termini gramsciani: “Sono formulazioni che lasciano intravedere come quello che, nelle categorie gramsciane, era il passaggio dalla “Guerra di Movimento” alla “Guerra di Posizione”, e si erano delineate nel pensiero di Lenin non solo per le lotte internazionali ma anche per l’evoluzione interna del Paese” (Boffa 1979, p 239). Secondo Lenin il periodo della NEP doveva servire agli esperti sovietici per acquisire le tecniche di management e nozioni tecniche dall'Occidente avanzato e poteva avere una durata superiore ai dieci anni. Giustamente osserva Catone: "La Rivoluzione francese, come dire, scoperchiava un involucro, toglieva semplicemente l’involucro giuridico e politico che ricopriva una società cui ormai quell’involucro non corrispondeva; la Rivoluzione proletaria dovrà fare diversamente, poiché questo proletariato – questo credo valga la pena sottolinearlo–, a differenza della borghesia, non è classe dirigente, dal punto di vista sociale ed economico" (Catone 2001).

Lenin infatti ritiene che il proletariato non sia in grado di costruire il comunismo con le proprie mani proprio perché non è mai stato classe dirigente dal punto di vista economico “l’idea di costruire il comunismo con le mani dei comunisti è puerile, assolutamente puerile; essi potranno dirigere l’economia soltanto se sapranno costruire questa economia con le mani altrui, e nello stesso tempo impareranno dalla borghesia e le faranno seguire il cammino da loro voluto (Lenin 1922b, 262). e le mani altrui sono quelle dei capitalisti: “Ciò può sembrare un paradosso: il capitalismo privato nella funzione di collaboratore del socialismo? Eppure non è affatto un paradosso, ma un fatto assolutamente indiscutibile dal punto di vista economico (Lenin 1921 p. 334)”.

Il socialismo è
il potere sovietico + l'elettrificazione

Durante la NEP il capitalismo di stato viene realizzato attraverso varie forme. Innanzitutto la formazione di uno stabile sistema monetario, legato al rublo oro. Si formano joint-venture tra compagnie straniere e nazionali anche e le cosiddette “concessioni” vengono affidate ad imprese di proprietà estera. A questo proposito Lenin invita apertamente gli americani a sfruttare i “tesori inimmaginabili” dell'URSS. Lenin pressapoco sostiene che gli Stati Uniti e Unione Sovietica sono complementari. L'URSS oggi è una nazione in decadimento, con immensi tesori inesplorati. Gli Stati Uniti possono trovarvi materie prime e il mercato per le macchine e quindi per i manufatti. Soprattutto, l'Unione Sovietica ha bisogno della tecnologia e dei metodi americani, ma anche delle loro macchine, dei loro ingegneri e insegnanti (Jabbour 2007 b). I dirigenti bolscevichi hanno "lo sguardo rivolto all'Ame­rica assumeva un carattere immediatamen­te pragmatico. Come ebbe a dire Trockij (ma in modo analogo si espressero anche altri di­rigenti sovietici, compreso lo stesso Stalin): «la tecnologia americana congiunta all'or­ganizzazione sovietica della società produrrà il comunismo». Erano infatti principalmen­te il pragmatismo americano, e soprattutto l'efficienza delle sue soluzioni tecniche, ad attrarre l'interesse di un regime che voleva disperatamente accorciare i tempi dell'in­dustrializzazione e sviluppare quasi dal nul­la una produzione industriale su larga scala affidata a una manodopera comune di ori­gine contadina" (Romero 2006).

Nel 1923 sono pronte oltre quattrocento richieste di concessioni provenienti in particolare dagli Stati Uniti, dalla Francia e dall'Inghilterra. La prima fabbrica di trattori Ford viene costruita vicino a Kharkov, allora capitale dell'Ucraina. 

Come si vede l'idea di far leva sugli investimenti stranieri non è propriamente una esclusività dei comunisti cinesi: “Lo Stato operaio dà in affitto determinate miniere, lotti di foreste, pozzi petroliferi, ecc., ai capitalisti stranieri, senza procedere ad alcuna denazionalizzazione, per riceverne attrezzature complementari e macchine, che permettano di accelerare la ricostruzione della grande industria sovietica. Lasciando ai concessionari una quota di preziosi prodotti, lo Stato operaio certamente paga un tributo alla borghesia mondiale...” (Lenin 1921 b pp. 433-434).

La Nep da slancio all'industria, al commercio e all'agricoltura dove, dove nonostante le carestie, migliorano i redditi dei contadini. I mezzi di comunicazione che avevano ridotto di due terzi i collegamenti riprendano a funzionare normalmente. La Russia sovietica stipula accordi commerciali con Polonia, Inghilterra, Turchia. La valuta infine si stabilizza. Lenin sottolinea: “Poiché non abbiamo ancora la forza di passare immediatamente dalla piccola produzione al socialismo, il capitalismo è inevitabile, in un certo modo, come prodotto spontaneo della piccola produzione e dello scambio; e noi dobbiamo quindi utilizzare il capitalismo, incanalandolo specialmente nell'alveo del capitalismo di Stato come un anello intermedio tra la piccola produzione e il socialismo, come un mezzo, una via, un modo, un metodo per aumentare le forze produttive." (Lenin 1921 b p. 431). In questa affermazione di Lenin è chiaro cosa intenda per capitalismo di stato. Il capitalismo di stato non sono tanto le aziende gestite dallo stato ma le aziende capitaliste o gestite con metodi capitalisti sotto la direzione dello stato dei lavoratori. 

Il leit motiv di Lenin è l'analisi concreta della situazione russa, la sua arretratezza la quale fa si che non si possa passare immediatamente ad una fase socialista avanzata, ma si debba avanzare su elementi di economia capitalista sotto l'egemonia dello stato: "Ma ci si domanda: quali sono gli elementi che predominano? È chiaro che in un paese di piccoli contadini predomina, e non può non predominare, l'elemento piccolo-borghese; la maggioranza, anzi l'enorme maggioranza degli agricoltori sono piccoli produttori di merci. L'involucro del capitalismo di Stato - il monopolio del grano, imprenditori e commercianti controllati, cooperatori borghesi - viene spezzato qua e là dagli speculatori, e l'oggetto principale della speculazione è il grano" (Lenin 1921 p. 311). 

Lenin rivaluta il ruolo delle aziende cooperative basate su principi di mercato, prima guardate con sospetto dai bolscevichi - Marx aveva definito i cooperatori “capitalisti di se stessi”- e si spinge a definire il socialismo come «regime dei cooperatori civili». “Una concezione ben diversa da quella espressa anni prima dallo stesso Lenin quando aveva paragonato l’economia socialista ad «un’unica grande fabbrica, un unico grande ufficio» (Sargis 2004)[1].

Lenin vuole coinvolgere gli stessi mercanti capitalisti (i nepmen), nella strategia socialista: “Un commerciante all'ingrosso sembrerebbe un tipo economico lontano dal comunismo come il cielo dalla terra. Ma questa è appunto precisamente una delle contraddizioni che nella vita reale portano, attraverso il capitalismo di Stato, dalla piccola azienda contadina al socialismo [Lenin 1921 b p. 15-16]”. 

Le misure introdotte con la NEP prevedono l’utilizzo di amministratori economici e tecnici specialisti formati con metodi capitalisti di gestione e di organizzazione; l’attribuzione in leasing d’imprese di proprietà statale e delle risorse naturali sia a capitalisti stranieri che nazionali. Le aziende sono affidate a imprenditori nazionali o stranieri con il compito di rimetterle in attivo. Viene applicato un principio che poi sarà imitato dai cinesi secondo cui le imprese vengono affidate a capitalisti per un periodo di dieci-quindici anni al termine del quale l'azienda tornerà di proprietà dello stato. Le fabbriche inattive sono affidate ai vecchi proprietari o a imprenditori stranieri con il compito di rimetterle in funzione. Gli imprenditori possono trarne profitti anche considerevoli per un periodo di dieci o quindici anni, al termine dei quali le stesse diventano proprietà dello stato sovietico. Nella Russia sovietica, analogamente alla Cina di Deng si formano dei veri e propri trust, imprese di proprietà statale, che comprendono molte imprese e controllano i commanding heights, le alture strategiche. Viene mantenuta da parte dello stato la proprietà delle miniere, degli altiforni e dell'industria pesante. I Trust sono autosufficienti e operano nel contesto di profitti e perdite ovvero del calcolo economico. Questi sono autorizzati a pagarsi in proprio le materie prime, il combustibile, ecc., a vendere i loro prodotti finiti, a preoccuparsi dell'organizzazione della produzione, della sua redditività, ecc. Il governo, in pratica, li obbligava a operare sulla base di costi e ricavi e di rimanere sul mercato. La legge del valore è riconosciuta nelle sfera dell'attività economica dello stato come una categoria obiettiva ed estesa all'intera economia; legami di mercato esistevano non solo tra i settori socialisti e non socialisti ma all'interno dello stesso settore socialista (Bufarale 2006). I contadini vengono incoraggiati a riprendere la coltivazione delle zone abbandonate per rifornire le città di generi alimentari e quindi spingere l'industria ad una ripresa produttiva. Le tasse diminuiscono del quaranta per cento, il commercio viene liberalizzato. Contadini ed artigiani possono vendere liberamente la loro merce senza temere più requisizioni. Scompare il sistema annonario del comunismo di guerra. Secondo Trotsky addirittura le misure della NEP avrebbero dovuto avere corso anche nel caso della vittoria della rivoluzione in Occidente: “Si può tuttavia dire con tutta certezza, che anche in questa felice ipotesi si sarebbe dovuto rinunziare alla ripartizione dei prodotti da parte dello Stato, e ritornare ai metodi commerciali (Trotsky 1936 p. 48)” . 
Quando negli anni '60 si riapre in URSS il dibattito sull'economia di mercato addirittura si pensa alla NEP come elemento di attualità e non come una ritirata temporanea: 

L’economista A. Birman, ad esempio, nell’articolo Sulla riforma, pubblicato nel 1968 su «Novyi Mir», ricostruendo le ragioni delle proposte riformistiche, ricordava che Lenin – che pure nel periodo rivoluzionario non aveva scartato la possibilità di introdurre lo scambio diretto dei prodotti senza la mediazione del mercato – alla fine della guerra civile, «sulla base di un’analisi conseguentemente marxista dello sviluppo dell’economia nazionale, giunse alla conclusione che non si poteva abbattere il capitalismo con un “attacco di guardie rosse”, che era necessario un cammino più lento, ma allo stesso tempo più realistico che ci avrebbe condotto con successo sulla via del socialismo proprio sfruttando il commercio, la finanza, il credito, ecc.». Birman si riferiva probabilmente ai discorsi e agli scritti di Lenin del periodo 1921-23, in cui il leader sovietico aveva difeso la NEP come l’unico modello in grado di garantire la tenuta del potere bolscevico e lo sviluppo economico, facendo leva sugli incentivi personali e il calcolo economico. Pensare di liquidare il mercato subito dopo la presa del potere si era rivelato pericolosamente illusorio. Occorreva, invece, dare spazio alle spinte dal basso, potenziando al tempo stesso gli strumenti regolativi dello Stato. Come è noto, all’inizio Lenin aveva presentato il nuovo modello come una «ritirata strategica» rispetto alle prospettive del socialismo. Man mano che l’esperimento economico andava avanti, tuttavia, Lenin, anziché preparare la ‘controffensiva’, continuava a difendere il ruolo del mercato e degli incentivi materiali, come fece, ad esempio, in uno dei suoi ultimi scritti, Sulla cooperazione, apparso sulla «Pravda» nel maggio 1923, più di due anni dopo l’avvio della NEP . Su queste basi i riformisti contestavano l’idea che la NEP fosse spiegabile soltanto come un rimedio temporaneo alla crisi economica del dopoguerra o allo scarso consenso del partito presso i contadini. Essa si configurava, dal loro punto di vista, come un modello radicalmente alternativo rispetto a quello perseguito a partire dalla fine degli anni ’20 e, per molti aspetti, ancora valido per il presente (Atkins 2007). 

Ci si doveva allontanare dal "comunismo di guerra", cioè dalla rigida centralizzazione gestita con metodi volontaristici e amministrativi, ma l'idea stessa di attività commerciale e di libera iniziativa a cui erano stati costrette le aziende scandalizza l'estrema sinistra, che ritiene indegno dei militanti sostenere le attività di profitto. 

Nella NEP la concorrenza economica è la norma, sia all'interno dei settori statali che tra i settori con differente proprietà e i piani di stato si materializzano prevalentemente attraverso meccanismi di mercato più che attraverso meccanismi amministrativi. Se la concorrenza viene condotta correttamente, il settore socialista deve dimostrare la propria superiorità marginalizzando il settore capitalista. Lo stato deve dominare solo i "commanding heights": 
I "commanding heights" è riferito ai settori vitali dell'economia, come l'energia, i trasporti, finanza, banche, e l'acciaio - quei settori che, di fatto controllano o sostengono la maggior parte degli altri settori dell'economia. Sotto la NEP, lo stato ancora formulava un piano complessivo per l'economia, ma ciò era ottenuto principalmente attraverso mezzi di mercato, non amministrativi. La produzione di beni e servizi individuali si sarebbe basata sulla domanda e sull'offerta, non sul decreto di un'autorità centrale di pianificazione. La concorrenza economica definiva i rapporti tra settore pubblico e privato. Di primaria importanza in questa competizione era quale settore avrebbe vinto (Sargis 2004). 
Tetsuzo Fuwa presidente del Partito Comunista Giapponese riassume molto bene i caratteri della NEP: 
Primo, essa era legata alla creazione e sviluppo di una struttura socialista che non avrebbe perduto con il capitalismo in termini di competitività all’interno di un’economia di mercato. Lenin ha utilizzato il termine russo “uklad” per indicare questa struttura, cosa che farò anch’io, dal momento che non esiste un termine equivalente nelle lingue giapponese e cinese.
In secondo luogo, l’economia di mercato in determinate condizioni avrebbe permesso al capitale privato di emergere e svilupparsi, come anche al capitale straniero di produrre incursioni, determinando un importante grado di sviluppo. Fino ad allora l’economia di mercato era stata considerata come un “nemico”, dal momento che avrebbe consentito al capitalismo di crescere anche attraverso i piccoli produttori, cosa che la Rivoluzione Russa non avrebbe potuto tollerare.
Terzo, la nuova politica consentiva agli elementi chiave dell’economia di essere preservati come parte della struttura socialista. Lenin definì questi elementi chiave le “alture strategiche”, un termine militare usato all’epoca per significare che, in un’era nella quale i cannoni erano le armi maggiori in guerra, occupare le alture che dominano il campo di battaglia era vitale per ottenere la vittoria.
Due anni or sono, abbiamo avuto il ministro del commercio estero dello Sri Lanka tra gli ospiti stranieri al nostro congresso. Sono rimasto davvero sorpreso quando mi ha detto che essi stanno tentando di assumere il controllo delle “alture strategiche sul terreno economico”. Alla mia osservazione: “non ho sentito questa definizione da molti anni”, egli mi ha confidato di aver studiato a Mosca in gioventù.
Quarto, la nuova politica richiedeva alla Russia di apprendere tutto quanto il capitalismo avanzato potesse offrire, affinché la struttura socialista potesse guadagnare il potere economico.
Quinto, la nuova politica si riferiva anche ai contadini, nel senso che la futura organizzazione di questi ultimi nelle unioni cooperative non avrebbe dovuto essere realizzata attraverso un ordine esterno o meccanismi di coercizione, bensì attraverso una libera scelta.(Tuwa 2002)
Lenin, si riferisce più volte al processo processo messo in atto come il pagare lezioni ai nostri capitalisti per un “capitalismo sottosviluppato”, apprendere a commerciare “come gli uomini d'affari europei”, “avanzare verso il socialismo attraverso metodi di gestione capitalisti” e mettere alla prova attraverso la concorrenza le imprese di Stato con quelle capitalistiche (Bufarale 2006). 

Addirittura Lenin pensa ad una ulteriore ritirata i cui limiti sono posti non da ragioni astratte da da questioni pragmatiche nella Relazione per la VII conferenza del Governatorato di Mosca, infatti afferma: «Dobbiamo ammettere che non ci siamo ritirati abbastanza, che dobbiamo ritirarci ancora, fare ancora un passo indietro passando dal capitalismo di Stato all’instaurazione della compravendita e della circolazione del denaro disciplinate dallo Stato». Nella conclusione del discorso... Lenin, dopo aver sottolineato l’importanza dl calcolo economico, così risponde alle obiezioni che gli venivano poste: «Dove sono i limiti della ritirata? […] Questa questione è posta male perché soltanto l’ulteriore attuazione della nostra volta permetterà di dare una risposta» (Franssen 2007).  Lenin doveva addirittura ammettere: “È necessario fare in modo che sia possibile il decorso abituale dell'economia capitalistica e della circolazione capitalistica, perché ciò è indispensabile al popolo e senza di ciò è impossibile vivere." (Lenin 1922 b p. 253).

Il capitalismo per Lenin deve essere subordinato allo stato e servire lo stato socialista. Lo stesso concetto viene utilizzato da Deng che per la verità sostiene che il criterio principale per discernere tra via socialista e via capitalista è ciò che aiuta a sviluppare le forze produttive della società socialista, rafforzare lo stato socialista e aiutare l’innalzamento degli standard di vita [2]

Deve essere chiaro che l'eredità “comunista” di Lenin, che secondo alcuni Stalin avrebbe tradito, altro non era che un sistema molto simile al socialismo di mercato cinese in cui si doveva utilizzare il mercato per rafforzare, attraverso la concorrenza, l'efficienza del sistema economico socialista. Molti oppositori di estrema sinistra addirittura, in attesa della rivoluzione mondiale, propongono una sorta di comunismo da caserma basato sul capitalismo di stato e la militarizzazione del lavoro da una parte e d'altra parte sullo sfruttamento coloniale dei contadini (ad esempio il maggior economista dell’opposizione di sinistra Proebrazevsky). 

Jabbour parla di convergenza tra il modello NEP e quello attuale cinese. Ambedue i modelli si basano sula direzione del Partito Comunista, la concentrazione della proprietà statale nei settori a elevato grado di monopolio, l'internazionalizzazione della tecnologia avanzata basata sugli investimenti stranieri, commercializzazione dei prodotti agricoli che porta ad una divisione sociale del lavoro caratterizzato da rapporti di amicizia della campagna con la città e la conversione delle risorse inutilizzate in agricoltura in un risparmio iniziale per la modernizzazione industriale del paese (Jabbour 2008). 

Si pose poi il problema del superamento della NEP e se dovesse essere superata in breve tempo attraverso una offensiva socialista che avrebbe portato al ripristino di una economia interamente statalizzata con metodi simili al comunismo di guerra, oppure in un lungo periodo attraverso una economia mista in cui la legge del valore avrebbe giocato un ruolo importante come regolatore dell’attività economica. Come si vede le problematiche reali si sono poste anche in URSS. Fu allora che Lenin cercò di dimostrare che il comunismo di guerra fosse stato un male necessario per superare un periodo critico. Il che è vero solo in parte. Esso rifletteva anche onestamente le aspirazioni di molti bolscevichi, anche se prima di passare al comunismo di guerra il governo sovietico nel 1918 aveva adottato un piano che prevedeva l’utilizzo di leve economiche, del mercato, delle banche e del denaro. Infatti ricorda Stalin che con la NEP si era tornati alla politica economica delineata all'indomani della rivoluzione e interrotta dalla guerra civile (Vascós González 2004). 

E' significativo che Stalin sostenga di fatto che la vera eccezionalità non fosse la NEP ma il comunismo di guerra. Tra l’altro è lo stesso Trotsky che nell’Autobiografia scrive di avere proposto, già un anno prima che venisse adottata la NEP, l’abbandono del “comunismo di guerra” per dare spazio agli interessi materiali e alle leve propriamente economiche. 

La Russia della NEP diventerà la Russia socialista
Bucharin pensa che il socialismo si sviluppi a partire dalla NEP con sue proprie leggi economiche (Atkins 2007). La stessa frase di Bucharin “arricchitevi” viene pronunciata in un determinato contesto ossia quello di rassicurare i contadini che i comunisti non avrebbero fatto ricorso a metodi coercitivi per espropriare il raccolto agricolo. 

Preobrajensky, il maggior economista dell’opposizione di sinistra, oppone il piano al mercato come regolatore dell’economia nel periodo di transizione. La “legge dell’accumulazione socialista”, che è indipendente dal mercato e la “legge del valore” sono in conflitto. Egli si oppone alla produzione mercantile nell’economia pianificata come alla legge del valore in base al costo del lavoro, contro la merce a favore del prodotto. Preobrazenskij, sostiene che non può esistere coesistenza pacifica tra la produzione mercantile privata e l’economia socialista per cui è per il passaggio veloce (e violento) all’economia pianificata del socialismo. La storia della collettivizzazione, sebbene con degli stop and go, ha portato all’inasprimento della lotta di classe. 

Alla fine del 1927 la crisi della produzione dei cereali porta a dimezzare la quantità di cereali disponibili per la vendita e si deve ricorrere alla requisizione per evitare la carestia. Infatti nelle campagne si fa incetta di merci con conseguente aumento del prezzo del grano. Molte città si trovarono di fronte alla penuria di cibo, i cittadini spesso non trovano il pane; nel 1928, nelle città l’approvvigionamento viene razionato attraverso il “il libretto di acquisto”. A questo punto però la NEP entra in crisi. Essa non ha, in realtà, dato i frutti sperati. L'agricoltura privata della NEP non riusce più a sostenere lo sviluppo industriale. Si erano registrate una serie di crisi dei rapporti tra città e campagna. Ciò ha portato a periodi di interruzione dell'interscambio tra città e campagna dovuto alla scarsa efficienza della produzione industriale, agli stipendi relativamente alti degli operai che impediscono ai contadini di acquistare merci a prezzi modici e di conseguenza questi ultimi non sono incentivati a produrre surplus per rifornire la città. Bisogna ricordare che la NEP si fonda proprio sulla saldatura tra città e campagna anche da un punto di vista di alleanza di classe. L'idea di Lenin è che per mantenere l'alleanza con i contadini finché lo stato non può fornire ai contadini i prodotti dell'industria socialista in cambio di tutte le sue eccedenze, si deve mantenere la libertà di commercio che significa necessariamente libertà di sviluppo del capitalismo. Entro certi limiti ciò non è pericoloso per il socialismo fino a quando i trasporti e la grande industria restano nelle mani dello stato (Catone 2001). Scrive infatti Lenin: “Il nocciolo della questione sta nel comprendere che questo è il capitalismo che possiamo e dobbiamo permettere, che possiamo e dobbiamo mantenere entro certi limiti, perché questo capitalismo è necessario alle masse contadine, e al capitale privato, che deve commerciare in modo tale da soddisfare i bisogni dei contadini (Lenin 1922 b)“. 

I contadini non riuscendo a procurarsi prodotti industriali, non hanno necessita di commercializzare le eccedenze quindi producono quel poco che gli basta a campare, le cose essenziali o magari tengono il grano imboscato per eventuali speculazioni. Le città sono soggette a crescenti crisi di approvvigionamento. Questo esaspera le città e gli operai addirittura arrivano a manifestare minacciando di andare a prendersi il raccolto con la forza. L’alleanza tra contadini e operai che è la base dello stato socialista viene continuamente messa alla prova. L'alternativa alla collettivizzazione sarebbe stata l'abbassamento degli stipendi degli operai (che poi sono il punto di forza dei bolscevichi). In altre parole la via sta diventando molto stretta. O si ritorna al comunismo di guerra con tanto di requisizioni del raccolto oppure si abbassavano i salari degli operai. La scelta fatta dalla maggioranza del Partito bolscevico è quella della collettivizzazione delle campagne, scelta dettata dall'intenzione di risolvere la diatriba tra città e campagna senza fare ricorso a mezzi largamente impopolari quanto temporanei come la requisizione, e con l'intenzione di dare una soluzione definitiva e strutturale alla questione. La collettivizzazione viene realizzata anche in vista dell’industrializzazione e modernizzazione del paese per prepararlo alla difesa in caso di guerra. La collettivizzazione e la conseguente meccanizzazione dell'agricoltura avrebbero consentito la liberazione di forza lavoro per l'industria. Descrivo questo processo perché bisogna capire che se in URSS la strada verso il socialismo è stata di un certo tipo ci sono state delle precise ragioni. 

Stalin nel 1931 prevede la guerra nel giro di 10 anni [3]. Nel 1939 l'Europa infatti è in Guerra e nel 1941 anche l’URSS. L'URSS deve arrivare preparata all'appuntamento, con una base economica adeguata. La rottura delle relazioni diplomatiche tra GB e URSS nel 1927 e poi l'assassinio del Console Sovietico a Varsavia, l'attentato a Leningrado contro la sede del Partito ecc., hanno prodotto in URSS un clima di paura della guerra che provoca l'accaparramento delle merci e la conseguente mancanza di derrate alimentari nelle città. Questo dimostra la fragilità dell'economia di mercato in una situazione di incerta coesistenza pacifica. La collettivizzazione dell'agricoltura corrisponde in definitiva ad una misura largamente praticata dai socialisti anche in Occidente: si tratta di formare delle cooperative su base volontaria. 


[1] Sarà uno dei tanti cambiamenti nelle opinioni di Lenin e dei bolscevichi di fronte alla realtà concreta 
[2] Deng Xiaoping in un discorso durante la sua visita in Cina del sud, dice: 'Il punto cruciale della questione è se la strada sia capitalista o socialista. Il criterio principale per rispondere a tale domanda dovrebbe essere quello se ciò aiuta a promuovere la crescita delle forze produttive in una società socialista, ad aumentare la forza complessiva dello stato socialista e a innalzare gli standard di vita.(Social Sciences in China, Vol. XX, No. 2, pp. 29)”. 
[3] “Noi siamo in ritardo rispetto ai paesi avanzati da cinquanta a cento anni. Dobbiamo coprire questa distanza in dieci anni. O lo faremo, o saremo schiacciati.(Stalin 1931 pp.730-31)”.Per Stalin è impossibile difendere l’indipendenza dell'URSS senza istituire un’adeguata industria di base per la difesa nazionale.


Bibliografia
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Catone, Andrea 2001. “Il Problema Della Transizione in URSS.” Atti Del Convegno “Quali Sono Le Prospettive Del Comunismo Nell’epoca Della Globalizzazione” (March 3). http://www.webalice.it/zinelli1/prelevamenti/interventi_singoli_pdf/II_socialismo_reale/Catone_transizione_in_URSS.pdf.
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Lenin, Vladimir Illch 1921. Per Il Quarto Anniversario Della Rivoluzione d’Ottobre. Pubblicato Per La Prima Volta Nella Pravda, N. 234,. .
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Romero, Federico. 2006. "Americanismo". Dizionario del comunismo nel XX secolo. Vol. 1: A-L. (a cura di Pons, Silvio; Service, Robert). Einaudi. 2006
Sargis, Al L. 2004. “Unfinished Business: Socialist Market Economy.” Political Affairs. http://www.politicalaffairs.net/article/articleview/26/.
Stalin, Josif V. 1931. Sui Compiti Dei Dirigenti Dell’industria. Discorso Alla Prima Conferenza Dei Dirigenti Dell’industria Socialista dell’Unione Sovietica. Edizioni movimento studentesco 1973.
Tuwa, Tetsuzo 2002. Lenin e l’economia di mercato. http://www.homolaicus.com/economia/russia_mercato.htm
Vascós González, Fidel. 2004. “Socialismo e Mercato”. Quaderni di Contropiano. http://www.ricercastoricateorica.org/Prospettive/GONZALEZ-socialismo-mercato.htm.

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