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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

venerdì 16 marzo 2012

2.2.5: Nazionalismo e/o patriottismo

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 

2.2 Dopo Tienanmen

Nel Monumento ai Martiri Rivoluzionari del Popolo a Pechino sono riportati i nomi dei patrioti che, dalla metà del XIX secolo fino alla liberazione della Cina nel 1949, hanno combattuto per l’indipendenza nazionale cinese. Ciò che ci ha colpito è stato questo riconoscimento ufficiale che la rivoluzione cinese comprendeva un processo secolare di lotte e che il Partito Comunista Cinese era apparso solo nell’ultimo atto. 
Milton e Dall Milton (1976).

La mia lettura di Marx ed Engels può stupire ma rileggiamo il Manifesto del partito comunista: «La storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe», e queste assumono «forme diverse». Il ricorso al plurale fa intendere che quella tra proletariato e borghesia o tra lavoro dipendente e classi proprietarie è solo una delle lotte di classe. C’è anche la lotta di classe di una nazione che si scuote di dosso lo sfruttamento e l’oppressione coloniale.
Domenico Losurdo (2013)

La lotta patriottica di liberazione della Cina è parte della più ampia lotta di classe tra le nazioni "proletarie" e sfruttate e le nazioni sfruttatrici. La lotta per la liberazione della Patria è la forma che assume la lotta di classe nelle nazioni coloniali.

Cheek sostiene che l’utilizzo del maoismo come forma di “nazionalismo” o se vogliamo seguire veramente Mao, di patriottismo, si basa su una parte cospicua degli scritti di Mao ed è accettata ampiamente dal popolo cinese ma, sostiene Cheek, è un’arma a doppio taglio: “Negli ultimi dieci anni, il PCC ha dedicato altrettanto tempo a cercare di reprimere il nazionalismo e la xenofobia popolare, in particolare contro gli Stati Uniti e il Giappone, di quanto ne ha impiegato nel tentativo di promuovere il patriottismo cinese”(Cheek 2007, 43).

L’attenzione dei sinologi o di chi si interessa professionalmente della Cina è piuttosto divisa su questo punto tra chi prospetta l’utilizzo del nazionalismo come elemento di sostituzione al posto del comunismo ormai dato per morto e chi sostiene che il nazionalismo metterebbe in difficoltà la dirigenza cinese nella sua apertura verso l’esterno. Il primo approccio lo si può vedere evidenziato in un questo articolo del corrispondente della “Stampa” secondo cui la Cina sogna l’America diventando nazionalista e antiamericana. Scrive il corrispondente da Pechino: “Il nazionalismo è sempre più importante in Cina. Il comunismo infatti è stato messo in naftalina, se non del tutto sepolto”. Nella Cina che sogna di diventare l’America ci sarebbe bisogno di una nuova ideologia nazionalista che tenga assieme più di un miliardo di persone distraendole dai problemi interni cosicché: “il regime sfrutta ogni pretesto per inasprire la dittatura, disattendere le regole del commercio internazionale, e anche suscitare crisi esterne, in modo da distrarre l’attenzione dai problemi domestici e coprire con il vessillo del nazionalismo un partito rimasto nudo dopo aver perso il manto socialista” (Ferraro 1996). Oddio molte di queste cose si adatterebbero meglio agli USA che alla Cina, in particolare l'uso delle crisi esterne.

Il secondo approccio sta nel considerare il nazionalismo una potenziale minaccia per lo stesso PCC in quanto scarsamente controllabile perché si manifesta sotto forma di patriottismo. Infatti frequentemente prende le vesti della protesta contro le “offese americane alla dignità nazionale (cortese­mente offerte dalle amministrazioni che si succedono a Washington) o contro la sorprendente riluttanza del Giappone a prendere sul serio il risentimento dei cinesi per la Guerra sino-giapponese diventano una via sicura per scendere a contestare in strada. Il nazionalismo in Cina può pertanto dare un'ottima immagine al PCC e al governo, oppure le­gittimare manifestazioni pubbliche molto difficili da controllare perché si presentano come patriottiche" (Cheek 2007, pp. 43-44). 

La schizofrenia dell’atteggiamento occidentale sta nel guardare al “nazionalismo” cinese come un’ideologia che avrebbe sostituito il comunismo nella politica dell’attuale dirigenza e allo stesso tempo come qualcosa che i dirigenti comunisti non si augurano. Cheek parla soprattutto dell’utilizzo dei forum in internet per denunciare le offese alla dignità nazionale da parte di americani e giapponesi. Si dice che i governi cinesi hanno sempre utilizzato questo risentimento per distrarre l’opinione pubblica, ma il nazionalismo popolare potrebbe coinvolgere nella condanna proprio la linea morbida degli attuali leader (Cheek 2007, pp.140-141). Insomma il nazionalismo lungi dall’essere filogovernativo avrebbe connotati potenzialmente sovversivi. Tutto questo è ben lontano dall’essere l’ideologia ufficiale del partito. Cheek sottolinea che anche gli intellettuali più brillanti arrivano ad eccessi che egli definisce “estremismo morale maoista” non appena si tocca il tasto dell’offesa alla dignità nazionale.
Gli osservatori occidentali che seguono i rapporti della Cina con gli Stati Uniti o con il Giappone ben sanno con quale velocità nelle questioni diplomatiche - dal bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado per mano delle forze nato nel 1999 alla ripresa, nel 2005, della querelle con il Giappone sui manuali di storia - si giunga a eccessi retorici. Ciò non è il risultato di una manipolazione propagandistica operata dal PCC, ma di un sentimento profondo molto diffuso tra la gente comune. Come ha mostrato Suisheng Zhao, questo nazionalismo popolare mina gli sforzi del Partito, tesi a promuoverne una versione statale più controllabile (Cheek 2007, p.49).
Lo stato nazionale ha in Cina una lunga storia e se vogliamo lo stato nazionale nasce prima in Asia che non in Europa: “Uno dei grandi miti delle scienze sociali occidentali è quello che vede nella nascita degli stati nazionali e nella loro organiz­zazione in un sistema interstatale, due invenzioni europee”. Nella realtà contrariamente a ciò che è avvenuto in Africa o in America latina molti entità statali erano già stati nazionali in Giappone, Corea, Cina, Vietnam, Laos, Thailandia ecc. quando in Europa non esisteva nulla del genere. “Inoltre, essi erano stati tutti collegati fra loro, o direttamente o per il tramite della Cina, dai commerci e dalla diplomazia ed erano tenuti insieme da una condivisa com­prensione dei principi, delle norme e delle regole che informa­vano le loro reciproche relazioni facendone un ‘mondo’ fra altri ‘mondi’. Come hanno mostrato studiosi giapponesi che si sono occupati della ricostruzione della rete di commerci tributari che si diramava dalla Cina, quel sistema era sufficientemente simile a quello interstatale europeo da rendere analiticamente fruttuo­so il loro studio comparato" (Arrighi 2008, p.350).

La tradizione del patriottismo è comunque molto ben radicata già in Mao che scrive:
Un comunista, che è internazionalista, può essere nello stesso tempo un patriota? Noi pensiamo che non soltanto può, ma deve esserlo. Soltanto le condizioni storiche determinano il contenuto concreto del patriottismo. Esiste il nostro patriottismo ed esiste il "patriottismo" degli aggressori giapponesi e quello di Hitler, al quale i comunisti devono opporsi risolutamente. [...] Noi siamo contemporaneamente internazionalisti e patrioti e la nostra parola d'ordine è di lottare per la difesa della patria contro l'invasore. Per noi, il disfattismo è un delitto, e la lotta per la vittoria nella guerra di resistenza è un dovere a cui non possiamo sottrarci. Poiché soltanto la lotta per la difesa della patria consente di vincere gli aggressori e di liberare la nazione. Soltanto questa liberazione rende possibile l'emancipazione del proletariato e di tutto il popolo lavoratore. La vittoria della Cina sui suoi aggressori imperialisti sarà un aiuto per i popoli degli altri paesi. Nella guerra di liberazione nazionale, il patriottismo è quindi un'applicazione dell'internazionalismo (Mao Tse-Tung 1938, 196).
Zhou Enlai nel 1919, leader del 
Movimento del 4 maggio a Tianjin

Ancora Mao, nel 1958, afferma: "Le verità universali del marxismo devono essere integrate con le condizioni concrete dei diversi paesi e c’è unità tra internazionalismo e patriottismo". L’universalismo ovvero l’internazionalismo astratto, che Gramsci rimprovera a Trotsky, non sembra aver mai messo piede nell’ambito del comunismo cinese. La lotta nazionale è in ultima analisi una lotta di classe. Per la verità non deve sorprendere che i comunisti abbiano a che vedere con il patriottismo. Del resto il Partito Comunista Cinese ha sempre riconosciuto nel Movimento della sinistra nazionalista del 4 maggio 1919, di Zhou Enlai fu uno del leader, il simbolo del progresso nazionale cinese e l'antecedente della formazione del Partito Comunista perché molti di coloro che vi parteciparono diedero vita al PCC nel 1921.

I moti studenteschi del 1919 erano nati a Beida e di lì si erano presto estesi a tutte le città dove vi erano circoli intellettuali attivi. La protesta era stata frutto, dello spirito nazionalista da sempre presente nella società cinese che, in quell'occasione, venne pesantemente umiliato dai partecipanti alla conferenza di pace di Versailles. I giovani di Beida si sentirono offesi dai grandi riuniti nell'ex reggia imperiale francese perché alla Germania, che aveva perso la prima guerra mondiale, il trattato di Versailles imponeva dure condizioni di pace in Europa, ma non la privava assolutamen­te della concessione territoriale che, al pari di altre nazioni occidentali, aveva in Cina (Pecora 1989, p.36).

Il PCC è stato da sempre, se si esclude la stagione della Rivoluzione Culturale, un partito includente e favorevole a larghe alleanze. Fiore ci racconta la storia di un warlord: "Zhangjiakou è ricordata nella storia dell'ultima guerra civile, essendo la base operativa di Fu Zheyi, il signore del­la guerra del Nord-Est sconfitto dalle truppe del marescial­lo Lin Biao in una celebre operazione di assedio del suo cor­po d'armata nella gola di Xin Baoan, la prima località di difesa naturale contro le invasioni mongole da Nord. Fu Zheyi è lo stesso warlord che negoziò con Mao la resa di Pe­chino dichiarata "città aperta". Fu premiato dal governo della Repubblica Popolare con l'incarico di ministro delle Acque e dell'Energia, che mantenne fino alla sua morte nel 1974, rispettato anche dalle Guardie Rosse. È in ricordo dell'assedio di Lin Biao che Zhangjiakou, dopo la libera­zione, è stata ed è tuttora sede di un corpo d'armata del­l'Esercito Popolare di Liberazione" (Fiore 1989, p. 60).

Il PCC lanciò sin dall'inizio della sua storia una alleanza con il Kuomintang di Sun Yatsen. Nel 1924, il I Congresso del Kuomintang, elegge Mao membro sup­plente del Comitato Centrale Esecutivo. Nel 1925 come segretario della Commissione propaganda del CCE, partecipò al II Congresso del KMT, assumendo la direzione del periodico ufficiale del partito di Sun Yatsen. Nello stesso anno Mao comincia il lavoro di agitazione tra i contadi­ni nell'ambito dell'azione del PCC all'interno del Kuomintang che per le pressioni di Mao crea l'«Istituto per l'educazione del movimento contadino» e la famosa inchiesta maoista "Rapporto su un'inchiesta nel movimento contadino dello Hunan" del 1927, nasce in questo ambito. Mao diviene proprio in quell'anno presidente delle Federazioni Nazio­nali provvisorie delle Associazioni Contadine, all'interno del Kuomintang. Fino al 1927 il PCC aveva suoi ministri nel governo cinese. Questa politica di unione con le altre forze patriottiche non fu mai abbandonata dal PCC e permise a un piccolo partito di diventare la maggiore forza del paese. Secondo i comunisti cinesi, Mao in testa, il programma di rinascita nazionale di Sun Yatsen del 1924 era sostanzialmente simile a quello del PCC e lo scopo del partito poteva riassumersi nella parola d'ordine «La nuova democrazia per il presente, il socialismo per il futuro». L'alleanza con il Kuomintang interrotta da Chiang Kaishek alla fine degli anni venti ritornerà con il Fronte unito antigiappone­se comportando l'ulteriore rafforzamento dei comunisti. Secondo Mao nel periodo stori­co apertosi con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d'Ottobre, le rivoluzioni nazionali e la lotta di liberazione dei popoli oppressi davano vita a rivoluzioni di nuovo tipo.
Commemorazione di Sun Yatsen che combinò 
il patriottismo con elementi di socialismo
Il patriottismo e la questione nazionale sono stati la vera cifra del movimento comunista nel XX secolo. Il movimento comunista era nato per combattere la borghesia del proprio paese ma si è dovuto subito scontrare con l'imperialismo e il colonialismo e in seguito con l'aggressione fascista. Questo ha fatto sì che la stessa borghesia nazionale in quanto portatrice di interessi divergenti dalla borghesia imperialista sia diventata un possibile alleato. La parola d'ordine del patriottismo rivoluzionario fu lanciata già durante la guerra civile da Lenin per far fronte all'aggressione di 14 paesi stranieri che avevano installato le proprie truppe in Unione Sovietica [1]. Bisogna ricordarsi che verso la fine della guerra civile l'URSS fu addirittura invasa dalla Polonia e che il Giappone se ne andò dalla Siberia solo nel 1926 e che dal 32 al 39 aggredì per ben tre volte volte l'URSS. Il patriottismo d'altra parte fu una creazione della sinistra rivoluzionaria ai tempi della Rivoluzione Francese e appartiene al patrimonio genetico dei rivoluzionari. Non è un caso che nell'Enciclopedia Italiana del periodo fascista non ci sia il lemma Patria sostituito da Nazione basata su razza, stirpe e sangue. E' facile capire il perché dato che il patriottismo giacobino rimanda a valori civili e sociali e allo stato di cittadinanza. Per i giacobini era patriota il comunista Buonarroti (che era italiano) ma non l'aristocratico francese in esilio.

Losurdo sostiene giustamente che in Marx è presente una teoria generale del conflitto sociale. Anche le lotte interne alla borghesia fanno parte della lotta di classe. Ad esempio la lotta per la liberazione nazionale e lotta per l’indipendenza economica possono opporre una borghesia nazionale alla borghesia imperialista. Il conflitto sociale non è solo tra operai e capitalisti. La Comune di Parigi imputava alla classe dominante non solo lo sfruttamento dei lavoratori ma anche il non essere in grado di resistere all’aggressione tedesca. La Comune non è solo un momento epico della lotta di classe ma vi è presente un intreccio tra questione nazionale e lotta di classe.

Il motore del comunismo come movimento reale è la lotta di classe. In Miseria della filosofia, si parla di classe contro classe, ma già in Lavoro salariato e capitale ci si sofferma sulle basi economiche delle attuali lotte di classe e nazionali. Le lotte nazionali sono riconducibili alla categoria delle lotte di classe. Le rivoluzioni del 1848 e la restaurazione austriaca e zarista sono per Marx un aspetto delle lotte di classe. Già dai primi scritti Marx parla anche di sfruttamento di una determinata nazione. Nel discorso sul libero scambio sostiene che coloro che non sono in grado di capire come un paese può arricchirsi a spese di un altro non saranno in grado di capire come una classe può arricchirsi a spese di un’altra. Ad esempio la nazione irlandese nel suo complesso è protagonista della lotta contro aristocratici e borghesi inglesi. La questione nazionale in Irlanda è la forma concreta in cui si manifesta la questione sociale e dunque la lotta di classe, a causa della terra espropriata dagli inglesi. Nel Manifesto la donna è descritta schiava del marito, il patriarcato è la prima forma di oppressione di classe. Anche nella lotta di genere è una forma specifica di lotta di classe. Il conflitto sociale da un punto di vista storico è il conflitto tra oppressori e oppressi. La nobiltà polacca è rivoluzionaria nella misura in cui partecipa alla lotta di liberazione nazionale e alla rivoluzione democratica agraria con spirito di sacrifico senza precedenti. Il proletariato dal momento che si identifica con la nazione che opprime è oppressore lui stesso. La donna è oppressa tre volte come proletaria, come donna come membro di nazione oppressa ma anche lei opprime. I movimenti sociali epocali dell’800 sono secondo Marx la lotta per la riduzione della giornata di lavoro e significativamente la Guerra di Secessione americana. La Guerra di Secessione fa si che la borghesia inglese si schieri con il sud. Sebbene Lincoln dichiari che la guerra è solo per salvare l’unione in realtà la costituzione del sud celebra la schiavitù come fondamento della libertà. All’inizio è rivoluzione dall’alto che diventa poi rivoluzione abolizionista. Gli schiavi fuggono e si uniscono alle truppe del nord. Per Gramsci i bolscevichi sono una aristocrazia di statisti, Lenin è il maggior statista europeo perché ha salvato la nazione. Lenin scrive in Estremismo malattia infantile del comunismo che la rivoluzione presuppone la crisi di tutta la nazione: proletariato e borghesia. Gli "idealisti" del tutto o niente come Simone Weil, liquidano la Guerra Civile in Spagna come guerra tra nazioni invece che lotta di classe del proletariato; Brouè scrive che Trotsky prevede che la IV Internazionale sarà alla guida della rivoluzione proletaria proprio mentre si accinge ad ignorare la guerra di liberazione dal nazismo come se la guerra mondiale non fosse essa stessa una grande lotta di classe. Del Carria appoggia come rivoluzionaria la resistenza alla leva dei contadini di Ragusa mentre è in atto la più decisiva lotta di classe del '900: la guerra di liberazione dal nazismo. Marx ad esempio si schiera con Lincoln che lancia la coscrizione obbligatoria e contro gli irlandesi che insorgono per non andare ad aiutare i “fottuti negri” mentre il presidente invia un corpo d’armata per reprimerli. Per Marx la storia della lotta di classe passa principalmente attraverso la macrostoria essoterica (Guerra mondiale, Guerra civile americana) che non attraverso la Microstoria esoterica (contadini di Ragusa, ribellione dei renitenti irlandesi). Questa è l'analisi che Losurdo fa nel suo libro sulla lotta di classe. Dice ancora Losurdo:
Nel libro, ad esempio, io critico Zizek perché contrappone la lotta anti-capitalista alla lotta anti-imperialista e perché denuncia una certa sinistra che, a suo parere, invece di concentrarsi solamente sulla prima forma di lotta perde tempo, in qualche modo, anche con la seconda. Anche in questo caso, secondo me, vediamo un’incomprensione sia della teoria di Marx che del mondo contemporaneo. Incomprensione di Marx perché basta dare uno sguardo alle opere complete di Marx ed Engels per accorgersi dell’ampio spazio dedicato alla lotta di emancipazione del popolo irlandese, del popolo polacco (per non parlare, poi, dei popoli coloniali). Ma, come ho detto, c’è anche un’incomprensione della situazione della società del nostro tempo. Già Mao negli anni trenta in Cina parlava di “identità di lotta di classe e di lotta nazionale”. Una formulazione questa, a mio parere, molto felice: nel momento in cui l’imperialismo giapponese, invadendo la Cina, cercava di schiavizzare non una singola classe della società cinese, ma il popolo cinese nel suo complesso, è evidente che la lotta di classe passava attraverso la lotta di emancipazione nazionale. Questo lo aveva spiegato già Marx in una lunga lettera a proposito della situazione irlandese del suo tempo. Dinanzi all’espropriazione sistematica dei contadini irlandesi e della loro deportazione e decimazione ad opera dei coloni inglesi, in quel caso dice Marx la questione sociale si presenta come questione nazionale, e cioè la lotta di classe si presenta come lotta nazionale. E, se noi esaminiamo il novecento, vediamo come questo secolo sia stato caratterizzato da alcune gigantesche lotte di classe presentatesi come lotte nazionali. Se un esempio può essere rappresentato dalla già citata resistenza del popolo cinese all’invasione giapponese, l’altro grande esempio clamoroso è evidentemente Stalingrado. Se noi leggiamo Hitler o, ancor meglio, i Discorsi Segreti di Himmler ci rendiamo delle pretese colonialiste del Terzo Reich. In questi scritti, infatti, è apertamente ammesso il bisogno di schiavi. Alla luce di questo è possibile riconoscere nell’espansione a Est del Terzo Reich un tentativo di riprendere e radicalizzare la tradizione coloniale fino al punto da reintrodurre sostanzialmente la schiavitù a danno delle razze inferiori, destinate per un verso ad essere decimate in modo da lasciare spazio alla germanizzazione del territorio in Europa Orientale e per un altro verso i sopravvissuti dovevano lavorare a guisa di schiavi neri al servizio della razza dei signori. Non riesco, perciò, a capire che logica è questa per cui un conflitto in fabbrica per ottenere un aumento salariale è considerato lotta di classe (ed è giusto oltre che sacrosanto) e la lotta di un intero popolo per evitare il destino di schiavitù a cui l’ha condannato la razza dei signori non lo sarebbe. Mi pare, insomma, che ci sia un duplice errore: una mancata comprensione sia del testo di Marx, sia della realtà storica e sociale. Semmai ci si deve chiedere in che modo oggi si manifesta questa lotta di classe gigantesca che è stata la lotta anti-colonialista.(Losurdo 2013b)
Cavaliere dell'Armata a Cavallo di Budënnyj 
con la caratteristica budënovka
L’evento principale degli inizi del nuovo secolo è Genova 2001 oppure l’adesione della Cina al FMI e al WTO? Si potrebbe discutere se l’aspetto principale del conflitto sociale oggi non sia quello tra il mondo arretrato e quello avanzato per ridurre il ritardo tecnologico. Franz Fanon dice alla rivoluzione politica segue quella economica altrimenti l'indipendenza è priva di significato. Queste sono le considerazioni che giustamente fa Losurdo sul problema del patriottismo e della questione nazionale e coloniale. Ma è in ottima compagnia dei classici del marxismo (Losurdo 2013).

Il nichilismo nazionale non sembra sia così attestato nel pensiero marxista come si suppone. Lenin nel 1916 osserva che se la guerra imperialista fosse finita "con vittorie di tipo napoleonico e con la soggezione di tutta una serie di Stati nazionali capaci di vita autonoma [...], allora sarebbe possibile in Europa una grande guerra nazionale (Cit. in Losurdo 2002b). Addirittura l'Opposizione Operaia alla Pace di Brest fu fatta in nome del "patriottismo rosso"[2]. 

Lenin scrive, contro i comunisti di sinistra occidentali che ironizzano sulla ‘difesa della patria socialista’, che “riconoscere la difesa della patria significa riconoscere che una guerra è giusta o ingiusta. Noi siamo difensori della patria dal 25 ottobre del 1917. E’ precisamente per rinforzare il legame con il proletariato internazionale che noi siamo per la difesa della patria socialista. La guerra per difendere il socialismo è legittima e ‘sacra’” (Lenin 1918). Per non parlare di Trotsky che scrive : "Allorquando il potere è nelle mani dei lavoratori, il patriottismo diviene un dovere rivoluzionario" (Trotsky 1928).
I "tre Bugatyr" dal cui copricapo deriva la budënovka 
Già durante la guerra civile la budënovka diventa il tratto distintivo dell'Armata Rossa e in particolare della Prima Armata di Cavalleria di Budënnyj, Voroschilov e Stalin. La budënovka (da Budënnyj) si rifà al tradizionale copricapo dei bogatyr (originariamente bogatyrka) i leggendari combattenti della tradizione slava. L'immagine è quella dei "bogatyr rossi" che combattono il sistema russo vecchio e corrotto e l'invasore straniero come aveva fatto il più grande tra i bogatyr Il'ja Muromec.

Ed è lo stesso Trotsky a parlare ancora negli anni '30, di un «nuovo patriottismo sovietico», un sentimento «certamente molto profondo, sincero e dinamico» (Trotsky 1972, p.156). Il patriottismo è stato fondamentale nella Grande Guerra Patriottica dell'URSS contro l'invasione nazista che voleva condurre una guerra di sterminio contro gli "slavo-mongoli", come nella guerra di liberazione della Cina dai giapponesi, dei Vietnamiti prima contro i giapponesi poi contro i francesi e infine contro gli americani. Come lo è stato nella Rivoluzione cubana. Chi pensa che la parola d'ordine “Patria o morte” di Castro e Guevara sia solo uno slogan non ha capito nulla di quella rivoluzione come non capirà il richiamo di Chavez a Bolivar e nemmeno il perché tutti indistintamente i Partiti Comunisti sudamericani si richiamino ad un tenace patriottismo. I comunisti italiani nella lotta patriottica della resistenza divennero il più forte Partito Comunista del mondo occidentale. Il braccio armato del PC erano infatti i GAP (Gruppi d'Azione Patriottica)[3]. Del resto dopo il fallimento della rivoluzione in Europa ciò che ebbe più successo fu l'appello del Komintern ai popoli coloniali per la liberazione nazionale.
Ho Chi Min come Mao si accostò al comunismo 
dopo avere abbracciato la lotta patriottica anticoloniale
Nel 1960 Ho Chi Minh spiega che “In principio a spingermi a credere in Lenin e nella Terza Internazionale era stato il patriottismo, non il comunismo”. Le tesi di Lenin sulla questione nazionale e coloniale, afferma il rivoluzionario vietnamita, provocarono su di lui una forte emozione tanto da scoppiare in lacrime dalla gioia. Nel suo testamento Ho ribadisce di avere servito tutta la vita la patria, la rivoluzione e il popolo (Losurdo 2008).

Dunque non deve stupire il forte patriottismo dei cinesi e del PCC. La Cina era il paese dove nelle legazioni straniere era vietato l'ingresso ai cani e ai cinesi. E questo feriva e umiliava la loro dignità. La stessa cosa avviene adesso. Basta vedere le manifestazioni anti-americane dopo il bombardamento dell'Ambasciata a Belgrado, le manifestazioni di giubilo dopo l'abbattimento dell'aereo spia americano e le violente (queste sì) manifestazioni antigiapponesi contro il revisionismo della strage di Nanchino. 

L'alleanza con la borghesia nazionale i comunisti l'hanno sempre teorizzata almeno dai Fronti Popolari in poi ma in realtà si potrebbe risalire ancora prima [4]. Nei fronti popolari i comunisti figurano come i più conseguenti antifascisti, in grado di esercitare un ruolo egemonico e di coniuga­re felicemente i concetti di classe e di na­zione (Hobsbawm 1981). I Fronti Popolari indicavano il passaggio del comunismo dal settarismo alla maturità, infatti "se il fascismo rappresentava l'autentico fattore di guerra, allora non tutti gli stati imperialistici avevano la medesima condotta e responsabilità; se il fascismo poteva essere battuto, allora la guerra non era inevitabile. Sul piano dell'azione politica, la scelta antifascista richiedeva so­prattutto di perseguire un principio unitario con le forze del movimento operaio e persi­no con quelle della «democrazia borghese», che rischiava di oscurare gli stessi caratteri originari del movimento comunista: la sua natura elitaria e settaria, forgiata nella temperie della rivoluzione in Russia e della controrivoluzione in Europa, non era più adeguata ai tempi e poteva essere vista come una fase ormai esaurita."(Pons 2006).

Bisogna ricordarsi che i comunisti dove sono diventati una realtà nazionale importante e non una semplice testimonianza hanno dato un forte risalto alle alleanze per completare la loro rivoluzione di liberazione nazionale. In Cina infatti la rivoluzione nella sua fase diciamo eroica ebbe un contenuto principalmente anticoloniale e antifeudale. Il colonialismo portò con se l’amputazione di vasti territori cinesi che ancora con la rivoluzione del 1911 i patrioti cinesi pensano di recuperare. Solo la neonata Russia Sovietica si disse disposta a restituire questi territori strappati all’epoca dello zarismo.
Ma non è possibile ricacciare indietro un processo storico ormai di lunga durata: se ne rendono conto i bolscevichi e ne sono consapevoli i dirigenti del Partito Comunista Cinese. Si tratta, allora, di porre fine una volta per sempre allo smembramento del territorio nazionale. Pur disuguali, vengono riconosciuti i trattati sottoscritti sotto la minaccia delle cannoniere e degli eserciti di invasione; epperò non può più essere tollerata l’amputazione di territori che, in base a quegli stessi trattati, sono parte integrante della Cina. S’impone il recupero di Taiwan. E’ una politica caratterizzata sì da fermezza ma, al tempo stesso, da moderazione. Può essere significativo un confronto: nel 1961, i dirigenti indiani si affrettano a recuperare con la forza delle armi Goa, in quel momento ancora colonia portoghese; i dirigenti cinesi, invece, attendono pazientemente che scada il "contratto di affitto" per Honk Kong e Macao (Losurdo 2002a)
Nel 1996 appare il libro La Cina può dire no[5] scritto da un gruppo di intellettuali coordinato da Song Qiang, e comprendete Zhang Zangzang, Zhang Xiaobo, Tang Zhengyu, Qiao Bian e Gu Qingsheng. La sorpresa è che tutti gli autori sono ex “dissidenti” nei confronti del Governo cinese; almeno due avevano partecipato alla protesta di piazza Tienanmen. Un altro era stato condannato per le sue attività “pro-democrazia” poi rilasciato dopo tre anni. Il libro è estremamente critico nei confronto del fisico Fang Lizhi e dello scrittore Liu Binyan che avevano capeggiato il movimento filo-occidentale pro-democrazia. Gli autori criticano la politica estera americana e in particolare il sostegno a Taiwan e l’individualismo americano. La Cina per gli autori del saggio è il capro espiatorio dei problemi americani ed essi sostengono Fidel Castro per la sua opposizione agli USA. Il libro se la prende anche con il Giappone che viene accusato di essere uno stato cliente degli USA, e si pronuncia contro una sua eventuale entrata nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sostenendo la richiesta di riparazioni di guerra alla Cina da parte del Giappone.

Secondo gli autori l’America, specialmente dopo avere adottato la strategia di contenimento nei confronti della Cina avrebbe lavorato contro l’entrata nel WTO della Cina e contro l’assegnazione alla Cina delle Olimpiadi del 2000. Gli americani capeggiano una lobby anticinese di cui fa parte anche il Giappone.

Il libro, modellato su The Japan That Can Say No, un libro di successo in Giappone 20 anni prima, sostiene che molti cinesi della quarta generazione hanno abbracciato i valori occidentali molto fortemente negli anni ’80 svalutando la loro eredità e retroterra culturale. La colpa è di Hollywood che ha dato vita ad un’invasione culturale per minare i valori delle altre culture e promuovere la pornografia, la violenza e l’individualismo: le tre armi che l’Occidente usa per piegare la forza interiore delle culture che non intendono sottomettersi. 

Alla domanda se il pubblico cinese sia d’accordo con le sue considerazioni Song Qiang risponde: “Molti pensano che avrei dovuto intitolarlo in maniera diversa: non La Cina può dire No! La Cina deve dire No!”(Cammelli 2008).
La Cina può dire No! Si confermò anche un eccezionale successo commerciale. Sebbene sia valutato in 800.000 copie vendute, in poche ore, soprattutto tra la popolazione dei campus universitari cinesi, in realtà il testo venne reso disponibile sul WEB e scaricato in centinaia di miglia e forse milioni di copie. Addirittura questo libro divenne un vero genere letterario a cui concorsero varie persone in genere studenti finché gli autori del testo originario ne produssero un secondo che ebbe eguale fortuna La Cina può ancora dire No (Cammelli 2008).

Che Guevara è legato indissolubilmente al 
"patria o muerte" della rivoluzione cubana
Questo libro rappresenta il definitivo turning point rispetto alla Cina di Tienanmen. Gli autori descrivono il disincanto dei cinesi per l’Occidente che parte dal 1990. Ciò che sorprende che questo viene non dalle naturale diffidenza dei contadini che non hanno mai incontrato un occidentale ma da persone che hanno studiato in Occidente. Un giornalista del China Daily Qian Ning spiega in un suo libro come l’ostilità verso l’Occidente da parte degli intellettuali fosse direttamente proporzionale alla loro conoscenza dell’inglese: “più furono in grado di leggere e avvicinare la cultura occidentale più si sentirono respinti verso una scelta di solidale e cinese nazionalismo" (Cammelli 2008).

Sandro Viola per Repubblica intervistava uno degli autori del saggio nel 1997:
"Per prima cosa - dice lo scrittore - vorrei capire perché il mio libro abbia tanto impressionato la stampa occidentale, sollevando critiche così negative. Singapore e la Corea del Sud non sono forse paesi di forte nazionalismo, dove l' idea nazionale ha contribuito al loro sviluppo, alla loro maturità? E allora perché in Cina non dovrebbe esserci posto per il patriottismo? Se l'americano Samuel Huntington, nel suo famoso saggio di due anni fa, poteva parlare d' un possibile scontro tra le culture, tra le diverse civiltà, perché io non dovrei descrivere le frizioni che si stanno creando tra il modello occidentale e l' identità cinese?...". "Nel mio libro - prosegue il giovane Zhang - non ci sono appelli xenofobi. C' è soltanto una riflessione sulle differenze tra Cina e Occidente, un invito a salvaguardare le peculiarità della nostra tradizione. Che si guardi al mondo occidentale per assimilarne le tecnologie, i metodi manageriali, è comprensibile. Mentre è sbagliato, come successe nel giugno '89, con la rivolta studentesca di Tienanmen, volerne copiare interamente i modelli. La nostra cultura resta confuciana, basata sul rispetto delle gerarchie e dell'autorità. Queste radici non possono essere liquidate. Ecco quindi la necessità di dire no, di rifiutarsi all'omogeneizzazione con culture diverse dalla nostra. I tempi della Cina umiliata, spartita tra influenze e occupazioni straniere, sono finiti" (Viola 1997).
Viola è sufficientemente sicuro che il Partito Comunista ha abbandonato quel ferro vecchio che si chiama comunismo per adottare il nazionalismo:
Ci vuol poco a capire che questo scrittore di successo, assertore convinto del principio d'autorità, così critico dei moti democratici finiti nel massacro di Tienanmen, non parla per sé solo. Ha parlato col suo libro, l'anno scorso, a nome del regime. Rendendo chiaro che il regime cinese - incerto com'è sul suo futuro, sapendo che presto o tardi dovrà liberarsi completamente della bardatura comunista - tiene di riserva la carta del nazionalismo. 'La Cina può dire di no' smette così d'essere il titolo d'un libello autorizzato dall'alto, e diventa l'accenno, il profilo d'una politica per gli anni a venire (Viola 1997)
Dunque più l’Occidente isolava la Cina moralmente, a seguito dei fatti di Tienanmen, più i cinesi si stringevano attorno all’onore nazionale, più la Cina otteneva successi economici e sociali più i cinesi andavano orgogliosi di questo e aspiravano a diventare un paese rispettato universalmente, più l’atteggiamento occidentale appariva irrispettoso, più sotto le ceneri covava lo spirito di rivalsa. Sebbene obbiettivo dell’ostracismo fosse il governo cinese era in realtà proprio questo governo a moderare l’ostilità dei cinesi nei confronti dell’Occidente. Una cosa curiosa è che tra coloro che scrissero La Cina può dire No!, ma in generale tra i promotori delle manifestazioni più violentemente anti-occidentali troviamo molti studenti che si sono formati all’estero in America o in Europa. Insomma: “Il contributo più importante nella nuova corrente di nazionalismo cinese degli anni ’90 provenne da persone che al di à del proprio percorso intellettuale, avevano sperimentato in prima persona la distanza esistente tra Occidente e Cina" (Cammelli 2008).

Ma ecco che si estraeva dalla manica, come un asso pigliatutto, la nuova ipotesi ad hoc: i cinesi non possono odiare l’Occidente che è la civiltà vincente. La superiorità dell’Occidente proprio dopo la vittoria nello scontro finale con la Russia diventa granitica. Tutte le altre civiltà che siano l’Islam o la Cina sono residuali. La masse aspirano naturalmente alla civiltà occidentale. Se questo è vero è allora il governo che sobilla il nazionalismo sostituito all'ormai moribondo comunismo. Scrive Cammelli; “In una sorta di meccanismo perfetto, auto-referenziato e inossidabile, si passò dal partito che muore alla repressione di stato, dalla repressione di stato alla mobilitazione nazionalistica di stato, dalla mobilitazione nazionalistica di stato alle sommosse antioccidentali organizzate dallo stato” (Cammelli 2008).

Dunque un partito morente che riesce a mobilitare le masse. Cammelli obietta che se il nazionalismo fosse stata l’ideologia ufficiale del partito la stampa cinese avrebbe fatto ampi reportage sugli slogan anti-imperialisti e nazionalisti. Invece sottolinea Cammelli niente di tutto questo. Semmai allora la Cina sembrava un immenso cantiere : “gli orologi con il conto alla rovescia dei minuti che mancavano alla liberazione di Hong Kong intesa come una compensazione, gesto di rivincita e di compensazione storica” (Cammelli 2008).

Ebbene in un paese di 56 gruppi etnici e lingue incomunicanti le une con le altre, cinque religioni, il “nazionalismo” è più facilmente confondibile con il patriottismo. Semmai l’insieme dei popoli della Cina ha “un odio antico contro l’occidente. Che compare non appena si aprono le porte della conoscenza e si comunica con loro. Non c’è nazionalismo se non come odio verso lo straniero. E tanto più la Coca Cola apre nuovi negozi e il McDonald’s vende più hamburger tanto più questo sentimento cresce fino a diventare un rumore sordo, muto: ma assordante" (Cammelli 2008). 

Alcuni studiosi hanno avvicinato il nazionalismo cinese al modello bolivarista latino-americano di Chavez[5]. E’ un marxista sudamericano a stabilire un rapporto diretto tra Mao e Simon Bolivar. Il forte sentimento di identità e orgoglio nazionale ovvero il patriottismo media il rapporto tra il PCC e il popolo cinese “Mao Tse-tung è per i cinesi quello che Simon Bolivar è per i latino-americani” (Jabbour 2007) ossia un libertador conclude Jabbour.

Proteste contro la Francia per le dichiarazioni anticinesi di Sarkozy 

Non mancano però coloro che ne sottolineano le differenze. Nel corso di secoli e millenni i cinesi hanno elaborato un insieme di valori condivisi che li porta ad identificarsi nella famiglia e questa con la comunità. La forza interiore della famiglia e della comunità deve esprimersi politicamente in un’organizzazione sociale idonea a trasformare questa forza in risultati concreti. Il successo crescente e il prestigio del Partito comunista è la sua capacità di dare uno sbocco a questo idem sentire de re publica. “A differenza dell'Europa, dove esso rappresenta una sorta di divorzio tra la cosiddetta società politica e società civile in Cina, le differenze sono esplicitamente eliminate dalla pratica del popolo. C'è un concetto prevalente che i dirigenti e i diretti siano gli stessi. E’ l'eredità di Mao Tse Tung. I valori che poggiano sulla famiglia e sull'organizzazione politica che hanno i cinesi, si conclude con il disegno che hanno della nazione. Questo concetto è visto in modo diverso dai cinesi da come è interpretato in America Latina, che riceve l'eredità dell'Europa. La Nazione è il progetto di un popolo, con obiettivi chiari e definiti. Si differenzia dalla visione che si ha a queste latitudini (Sud-America), dove la nazione è percepita come un'imposizione su uno o più popoli" (Gandásegui 2005).

Questo “nazionalismo” popolare non è altro che il credo che la Cina sia stata una grande civiltà e che questa debba risorgere. In altre parole un sogno che coincide con il patriottismo ovvero il sogno legittimo di fare della Cina un paese ricco e forte: “Tale ideologia deve la sua efficacia al fatto di essere abbastanza coerente da produrre una certa unità di identità e una certa fedeltà a un centro e, allo stesso tempo, sufficientemente flessibile da riuscire a conciliare immagini convincenti desunte da esperienze diverse" (Cheek 2007, 139)

I cinesi a differenza dei russi che hanno un immenso complesso di inferiorità, sono padroni di se stessi sostenuti da una antica civiltà, una cultura ricca dalla quale sono emerse filosofie di grande civiltà, tolleranti e progressiste. A differenza del contadino russo (storicamente un servo), il contadino cinese è libero di almeno 3000 anni e la sua storia è caratterizzata da rivolte che hanno rovesciato delle dinastie (Jabbour 2007).

In realtà l’Occidente riserva il patriottismo per se e chiama quello degli altri “nazionalismo” che è una etichetta imposta ai cinesi. Li Xiguang autore di un libro sulla demonizzazione della Cina da arte dell’Occidente, ritiene che il nazionalismo fosse più forte al tempo della Guerra e ai tempi di Mao mentre gli attuali dirigenti sono molto più attenti alla globalizzazione: “Nazionalismo è una etichetta imposta al popolo cinese. Se voi confrontate la tendenza nazionalista tra i cinesi e quella americana nell’invasione dell’Irak, quale delle due e più caratteristica? L’atteggiamento dei cinesi verso il Giappone può essere paragonato con l’atteggiamento degli ebrei verso i nazisti" (Li Xiguang 2005).

Lo sinologo Orville Shell, è all'interno di questa logica. Ovvero solo il nostro patriottismo è un'idea nobile:
Prendiamo per esempio quello che in Cina è il concetto di «patriot­tismo»: in Occidente questo nobile ideale può comprendere l'opposi­zione leale o la dissidenza patriottica, ma in Cina il patriottismo, aiguo zhuyi, letteralmente «la dottrina dell'amore verso il proprio Paese», è un'idea molto ben delimitata. Sia la tradizione confuciana sia quella marxista-leninista, che esaltano l'ortodossia e il consenso e mal tollerano il dissenso, permeano la società cinese e qualsiasi azione che abbia il sapore di infedeltà verso il proprio capo o il pro­prio Paese non ha mai ricevuto l'investimento morale che renderebbe il dissenso comprensibile come spinta patriottica. In poche parole, i cinesi non sono così disposti a vedere di buon occhio quei concittadini che vogliono essere fedeli ad altro che non sia il capo, lo Stato o anche solo l'idea di appartenenza razziale, «l'essere cinese». Quindi, ancor oggi alle orecchie degli intellettuali cinesi la parola «dissidente» suona sgradevole, se non proprio disonorevole. Il concetto di patriottismo non solo si distingue da quello occiden­tale, ma anche da quello diffuso in Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est: qui infatti l'idea di «vivere nella verità», come disse Vàclav Havel, anche se comporta rendere pubblici documenti che alcuni potrebbero giudicare nocivi per la nazione e la razza, è ben radicata e onorata. Mentre lavoravamo a questo progetto con un cinese forte­mente legato dal senso di lealtà al suo Paese, abbiamo avuto la prova che quando si arriva alla pubblicazione di materiale riservato e all'opporsi personalmente allo Stato [Orville Shell in (Tienanmen Papers 2001, p. 539)].
Secondo Cheek il nazionalismo dell"ascesa della Cina è una “un'ideologia condivisa molto importante”(Cheek 2007, pp. 140-141). Losurdo fa notare che per Mao "c’è unità tra internazionalismo e patriottismo" ovvero la difesa della dignità della nazione è compatibile con la dignità delle altre nazioni mentre nell’imperialismo e nel colonialismo c’un popolo una razza dei signori mentre gli altri popoli sono destinati al servaggio (Losurdo 2002a). Ci sono differenze che è inutile sottolineare tra il nazionalismo espresso tra il centro e la periferia del mondo globalizzato. Spesso il nazionalismo dei popoli oppressi ha un valore liberatorio: "Semmai è inconciliabile con la dignità delle altre nazioni l’atteggiamento di chi si considera la nazione eletta. Bush, Clinton, Kissinger hanno variamente insistito sul ruolo dell’America come nazione prediletta da Dio e sulla leadership dei valori americani non dissimilmente da Hitler per cui non ci potevano essere due nazioni elette: “Noi siamo il popolo di Dio” (Losurdo 2002a)". 

Naturalmente le preoccupazioni sul “nazionalismo” cinese nascondono in gran parte dalla percezione occidentale della crescita dell’economia cinese e del crescente peso politico globale di quella nazione. Sebbene il decollo di nazioni come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti, l'industrializzazione, l'urbanizzazione e la modernizzazione, siano state guidate dall’economia e dalla tecnologia, un peso ha avuto la costruzione di un efficiente stato nazionale e il crescente senso nazionale. Queste nazioni spesso ignorano la loro storia: “Il senso di scopo unificato della nazione può notevolmente contribuire agli sforzi delle nazioni sottosviluppate di raggiungere i loro precursori - a partire dall’America di Alexander Hamilton fino alla Cina di Deng Xiaoping (Steinbock 2008)”.

[1] Del patriottismo rivoluzionario di Lenin se ne parla in Medvedev: Stalin sconosciuto.

Il segretario del PCI Palmiro Togliatti 
[3] Togliatti così si pronuncia sul patriottismo: “Assai spesso, i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia. Il comunismo non ha nulla di comune col cosmopolitismo. Lottando sotto la bandiera solidarietà internazionale dei lavoratori, i comunisti di ogni singolo paese, nella loro qualità di avanguardia delle masse lavoratrici, stanno solidamente sul terreno nazionale. Il comunismo non contrappone, ma accorda e unisce il patriottismo e l'internazionalismo proletario poiché l'uno e l'altro si fondano sul rispetto dei diritti, delle libertà, dell'indipendenza dei singoli popoli. E' ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione economica e politica”.Rinascita - Rassegna di politica e di cultura Italiana Direttore Palmiro Togliatti Anno II - NN. 7-8 Luglio-Agosto 1945
[4] A Bucharin (e non a Stalin come comunemente si pensa da cui fu comunque condivisa) si deve la prima for­mulazione della linea di «classe contro clas­se» (socialfascismo), intesa a rafforzare l'autonoma identità dei partiti comunisti come entità contrap­poste alla socialdemocrazia, attraverso l'imporsi di una visione manichea dello scontro sociale ispirata a una linea sempre più radi­cale e settaria. Questa linea portò all'isolamento i comunisti.
[4] I titoli dei capitoli del libro danno un’idea del suo contenuto: “Come ha potuto diffondersi la piaga della mentalità americana al capitolo Per noi è molto facile convertirci in schiavi, dopo di che ne siamo anche felici. Per non dimenticare, tra i tanti che è possibile citare, La diplomazia USA non è onesta e non ha senso di responsabilità, Bruciare Hollywood, Il risultato finale della lotta per i diritti umani è il consentire la perdita dei diritti umani, ecc.” (Cammelli 2008).
[5] Cheek infatti stabilisce una analogia con il Sudamerica: “La politica della 'società armoniosa' attualmente sostenuta dal PCC presenta infatti una combinazione simile di nazionalismo e socialdemocrazia sotto un regime autoritario, anche se in Cina oggi non c'è affatto una devozione verso il leader paragonabile a quella di cui era oggetto Perón, se non attraverso il ricordo di Mao “(Cheek 2007, p.133).
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