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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

mercoledì 21 marzo 2012

Perché stiamo seduti dalla parte del torto? A mo' di conclusione

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni
La ferocia dei liberali cinesi dopo l'ammaestramento dei loro capi scuola americani

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. 
Bertold Brecht

Scrive un taiwanese che era studente al tempo degli avvenimenti:
Ero completamente scioccato. Ho guardato tutte la manifestazioni sulle TV degli Stati Uniti e non potevo credere ai miei occhi. I comunisti avevano davvero permesso loro di fare tutto questo per così tanto tempo? Ciò contraddiceva del tutto quello che sapevo sulla Cina continentale. Sono nato e cresciuto sotto Chiang Kai Sheik, l'uomo più anti-comunista del mondo. Sotto il suo governo, non credo che sarebbe potuto succedere. Non avrebbe lasciato che accadesse tutto ciò per un mese. L'evento ha cambiato la mia visione del continente per sempre. Se in un paese di 1,3 miliardi di persone, con più di 50 minoranze, si lasciasse a chiunque la completa libertà di esprimersi politicamente attraverso la protesta, come potrebbe essere governato questo paese? E' una cosa tutt'altro che semplice. Per fortuna, nonostante i canali televisivi di tutto il mondo fossero lì, non ho visto molto spargimento di sangue. Grazie al cielo!!!
Come si vede l'avvenimento poteva essere visto da vari punti di vista. Bisogna tenere in conto che Chang Kaishek aveva compiuto dei massacri a Taiwan, durante il cosiddetto terrore bianco, ma non per questo gli americani lo avevano espulso dal "Mondo libero".

La storia del "massacro di Tienanmen" è l'unica storia totalitaristicamente promossa dai nostri media, quindi ci vuole un certo sforzo per trovare la storia vera.
Esecuzione di comunisti da parte di liberali cinesi a Shanghai nel 1949 
Facendo questo sforzo bisogna innanzitutto chiedersi:

1. Come mai gli studenti che chiedevano la democrazia, diedero vita in Piazza Tienanmen ad uno dei regimi più antidemocratici del mondo? I colpi di mano da parte di minoranze erano continui e non si rispettava mai il voto della maggioranza degli studenti che per altro avevano deciso di liberare la piazza.

2. Gli studenti dissero di essere in lotta contro la corruzione. Zhang Xianling, una delle Madri di Tienanamen sostiene: "Il governo dice che se non avesse represso il movimento studentesco, oggi non ci sarebbe questa crescita economica. Sbagliano. Se non avessero abbattuto quel movimento, oggi ci sarebbe meno corruzione. Il sistema legislativo cinese è migliorato molto, vero, ma la corruzione dilaga (Pieranni 2009). Sulla corruzione dilagante vedremo poi, ma come si comportò il movimento studentesco? I soldi provenienti da Hong Kong e Taiwan, somme cospicue, sparirono senza lasciare traccia o comunque furono usati senza nessuna trasparenza. Anche una volta all'estero i soldi dati dagli americani per le attività anticinesi furono spesi allegramente per fini personali. Inoltre Wang Dan è stato ancora recentemente coinvolto in uno scandalo a Taiwan. Gli studenti, ammiratori di Eltsin, una volta in esilio sostennero che se avessero vinto li liberali sarebbe cessata la corruzione. La Russia del liberale Eltsin arrivò a vette di corruzione difficilmente immaginabili. In Cina la corruzione invece è in diminuzione.

3. Gli studenti dissero di essere per la libertà di parola. In realtà sulla Piazza vigeva una censura feroce contro chi rilasciava interviste. Cercarono più volte di strappare nastri registrati ai giornalisti. Inoltre una volta all'estero tentarono di far ritirare dalla circolazione video che essi consideravano poco favorevoli a loro, sebbene fossero schierati contro il governo cinese.

4. Essi crearono una gerarchia con tanto di privilegi per chi stava alla sommità della piramide. Non vollero mai confondersi con i lavoratori perché di basso rango.

5. Essi fecero di tutto per fare degenerare la situazione perché ciò che cercavano era il bagno di sangue.
La stampa liberale americana gongola non appena vede il linciaggio di un comunista e lo chiama "lotta per la libertà". Non si poteva pretende altro da chi aveva fatto rinascere il commercio degli schiavi. 
6. Mai. in nessuno stato liberale, la principale piazza del paese, nonché luogo simbolo della nazione, e sede delle principali istituzioni fu lasciata in mano ai protestatari per così lungo tempo. Gli effetti sono stati devastanti e intollerabili per qualsiasi paese civile: 
I danni sono già enormi, calcolabili in miliardi di dollari. Governo e mini­steri fermi da un mese su tutti gli affari di stato rimasti ine­vasi. Disdette a pioggia di prenotazioni turistiche per la stagione estiva già cominciata. I turisti in città sono confi­nati negli alberghi e non vedono l'ora di ripartire. Scuole, industrie, trasporti di una città di dieci milioni di abitanti sono bloccati da settimane. Stamattina per arrivare all'aeroporto con la troupe dei tecnici della Rai rientrata con quintali di apparecchiature usate per i satelliti della visita di Gorbaciov, abbiamo do­vuto superare col camioncino due posti di blocco e parla­mentare con le pattuglie del movimento studentesco. L'aeroporto è in piena confusione, manca la corrente per azio­nare i nastri trasportatori dei bagagli, quelli di chi parte si mescolano a quelli in arrivo, chi non riesce a perderli è un miracolato. I direttori degli alberghi sono in allarme. Il ristorante italiano di Pechino, il Toulà, che normalmente fa­ceva 150 coperti al giorno, da una settimana non riesce a superare la ventina. Gli ingressi degli hotels sono occupati da montagne di valigie dei clienti che scappano. In città si comincia a subire la psicosi dei rifornimenti. Lunghe file alle due pompe di benzina per stranieri, ressa nei magazzini per accaparrarsi derrate inutili, come i sac­chetti di farina di grano nel caso che mancassero il pane e la pasta. Si riempiono nelle case della colonia internazionale le vasche da bagno con l'acqua che ancora esce dai rubi­netti, temendo il taglio della corrente per i frigoriferi si fan­no scelte di alimenti non deperibili, sono in rialzo i prezzi dei pelati e dello scatolame in genere. Timori esagerati per­ché la situazione è seria ma non disperata. Il vicesindaco Zhang Baifa ha parlato alla televisione per comunicare che le centinaia di autobus usati come barricate vanno rimossi. Ha aggiunto che a causa del traffico bloccato gli operai del­la centrale elettrica a carbone non possono raggiungere il posto di lavoro, anticipando un'eventuale sospensione del rifornimento di energia. In mattinata, il quartier generale dei militari ha diffuso un appello alla popolazione, esortan­dola a collaborare con l'Esercito (Fiore 1989, p. 165-166).
Il caos e l'anarchia erano totali.

Ungheria 1956. Particolare. La donna sputa sul cadavere di un comunista linciato e orribilmente torturato
7. Mai. in nessuno stato liberale, le principali figure politiche del paese andarono in piazza con i dimostranti a chiedergli di assumere posizioni più ragionevoli.

8. Mai, in nessun paese liberale, i principali dirigenti politici del paese elogiarono i dimostranti antigovernativi asserendo che avevano dato il loro contributo alla nazione. Essi hanno sostenuto che la lotta contro la corruzione e l'inflazione facesse parte degli obbiettivi dello stesso Partito Comunista che li voleva risolvere con il contributo delle masse. Il governo ha dichiarato di simpatizzare con le motivazioni degli studenti, Quando sono andati a Tiananmen, il governo si preoccupò per loro, così li ha forniti di tende, vestiti, cibo e assistenza medica e tram in cui ripararsi. Il governo è stato molto paziente dialogando per più di cinquanta giorni. 

9. Mai, in nessuna nazione liberale i principali dirigenti, visitarono gli scioperanti della fame in ospedale preoccupandosi della loro salute.
Bobby Sands militante dell'IRA, non ricevette di sicuro le attenzioni della Thatcher durante lo sciopero della fame che lo portò alla morte 
10. Mai in nessun paese liberale, le più alte autorità dello stato accettarono di dialogare davanti alla televisione nazionale con i leader studenteschi che si comportarono in modo maleducato.

11. Nessun altro paese avrebbe permesso che il governo perdesse la faccia durante una importantissima visita di stato.

12. Mai in nessuno stato liberale si ebbero dirigenti così "liberali" e dialoganti.

Militanti comunisti ungheresi assassinati e vilipesi dalla feccia liberale 
13. Mai, in nessun paese liberale, furono mandati allo sbaraglio soldati e poliziotti disarmati contro la folla e teppisti che assomigliavano ai black block. Un esponente della Società per lo studio dei diritti umani fa notare: "La violenza è iniziata quando questo terzo gruppo (definito di "teppisti" o "anarchici") ha deciso di attaccare i soldati. Erano a quanto pare ben preparati, essendo venuti armati di bottiglie molotov e avendo incendiato diverse decine di autobus con i soldati ancora all'interno. Hanno anche bruciato i blindati per il trasporto truppe. Potete vedere le foto. Molti soldati in entrambi i tipi di veicoli sono fuggiti, ma altri no, e molti soldati sono stati bruciati a morte. Io personalmente ricordo di avere visto al telegiornale i video di soldati morti bruciati, uno appeso dai teppisti ad un lampione, altri giacevano in strada o sulle scale o marciapiedi dove morirono. Altri sono stati appesi fuori dalle finestre dei bus o dei blindati per il trasporto truppe, avendo tentato di fuggire prima di essere sopraffatti dalle fiamme. Ci sono documentati rapporti a dirci che un gruppo di teppisti è riuscito a ottenere il controllo di un blindato per il trasporto truppe, e lo hanno guidato attraverso le strade, mentre le mitragliatrici sparavano dalla torretta.

Rapporti governativi e indipendenti dei media in genere sostengono che un totale di 250 a 300 persone sono morte prima che la violenza si calmasse. Molti dei morti erano soldati. Non c'era nessun "massacro" nel senso che questo termine potrebbe essere sensibilmente usato. Quando la polizia o i militari vengono attaccati in questo modo, sicuramente si devono la forza per difendersi e non possono essere colpevolizzati per questo. Se voi o io fossimo i comandanti militari sulla scena degli eventi e avessimo visto i nostri uomini attaccati e bruciati a morte, avremmo fatto lo stesso" (Mackinnon 1999).
Chi siano i maestri dei criminali liberali cinesi è facile intuirlo. Linciaggio di Omaha Courthouse. Pezzetti del copro del linciato venivano regalati ai bambini. Così crescevano i liberali americani!!! 
14. Ci sono abbondanti prove ormai, da varie fonti, che ad iniziare gli scontri furono i teppisti liberali o l'equivalente dei black block. I soldati spararono per difendersi. Del resto gli ordini erano precisi: "Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza" (Nathan and Link 2001, pp. 428-9). Ma come dimostrano anche i recenti fatti in Siria, durante le rivoluzioni colorate tutto i mezzi sono leciti anche l'uso del terrorismo islamista contro il nemico. L'importante è che il nemico rispetti i "diritti umani" che gli amici degli imperialisti non rispettano mai.
16. Le truppe non spararono né agli studenti sulla piazza né al "tank man", ossia a chi non si comportava in modo violento, benché provocatorio.


17. Colpisce la ferocia con la quale i soldati vennero massacrati ed esibiti. C'è una lunga tradizione delle forze anticomuniste "liberali" in questo senso.
Soldato cinese arso vivo, poi 
impiccato dai liberali cinesi 
17. Il pregiudizio anticinese nasce in gran parte da questi fatti. Ossia dalla manipolazione mediatica della verità. 

18. Dal 1989 ad ora i giovani studenti cinesi sono stati più propensi ad andare all'assalto dei consolati americani piuttosto che portare in processione la Dea della Libertà!!!

19. Al di là degli studenti che come ricordava Deng erano solo l'1% della popolazione e di alcuni ceti urbani il movimento non fu sostenuto nella Cina profonda. Un esponente della Società per lo studio dei diritti umani rilevava come la calma è ritornata rapidamente nel paese. Se le cose fossero andate come molte persone in Occidente dicono, ovvero che le masse si fossero sollevate per lottare per la giustizia, se i metodi usati dal governo fossero stati sbagliati, allora le masse - egli sostiene - si sarebbero ribellate di nuovo. Siccome le cose si sono calmate così facilmente ciò vuol dire che la gente non sosteneva questa sommossa. Le masse si sono opposte alla ribellione. Se il popolo avesse davvero sostenuto questa ribellione allora il governo non sarebbe riuscito a calmare le cose e non si sarebbe rapidamente tornati alla pace e alla stabilità. Se si guarda alla Cina intera, dopo il 4 giugno, era completamente tranquilla e serena. Questo è un fatto oggettivo, altrimenti avrebbe dovuto usare una forza ancora maggiore per sopprimere la resistenza popolare, egli conclude (Mackinnon 1999). Nel 1990, un anno dopo gli avvenimenti, il 68 per cento delle persone nella fascia di reddito più alta e il 65 per cento di quelle più povere registravano alti livelli di soddisfazione secondo le ricerche fatte da Pew Research Center, Gallup, e Horizon Research Consultancy Group (AGI 2012). Ezra Vogel, professore di Harward, sostiene che ora "i cinesi sono orgogliosi in modo di gran lunga maggiore di prima dei successi della loro nazione" (Hays 2012).

20. Si può concludere che questi fatti hanno dimostrato la liberalità del governo e le atrocità dei liberali commesse nelle strade di Pechino. 

21. La ribellione violenta dei liberali di "Piazza Tienanmen", assieme alle ribellioni degli studenti anarchici durante la primissima fase della Rivoluzione Culturale, alle ribellioni di Lasha e dello Xinkjian non sono state che l'ultimo atto di resistenza violenta del vecchio mondo contro la Rivoluzione Cinese. L'epilogo lo racconta Fiore: "I soldati dell'EPL sono passati cantando; oltre il fragore sinistro dei cingoli, ho sentito che intonavano gli inni della rivolu­zione, come per festeggiare la vittoria. Cosi è finita la storia dell'ultima barricata" (Fiore 1989, p.286) ..e, aggiungiamo noi, è finita anche la storia della prima rivoluzione colorata. Ribellarsi non è sempre giusto!!! I carristi cinesi che cantavano gli inni della rivoluzione rappresentavano il nuovo o almeno la tendenza della storia.

22. Possiamo infine rispondere all'interrogativo che ci eravamo posti all'inizio citando Emile Zola. Chi rappresentava il vecchio mondo? La "primavera cinese", come fu anche chiamato il movimento degli studenti, era il vecchio mondo, mentre il socialismo, ancorché nella sua fase iniziale, è in Cina già il sole del presente e lo sarà anche per l'avvenire.

N:B: La nostra analisi dei fatti si fonda quasi esclusivamente su fonti non governative e per la maggior parte su fonti anti-governative. Uso il termine "liberale" in senso lato e non nello specifico significato che ha nei paesi anglosassoni. Ho privilegiato le fonti che sono rintracciabili direttamente sul WEB. Si discute sulla autenticità dei Tienanmen Papers, molto usati in questo saggio. Questi sono stati pubblicati da una rivista vicina alla CIA e l'intento di chi li ha divulgati era di screditare il regime comunista. Se contengono manipolazioni queste sono state fatte per mettere in cattiva luce il Partito Comunista Cinese.
Bibliografia
AGI. 2012. "Cina: crescita economica aumenta infelicità cittadini". Maggio 16 2012. AGI
Mackinnon, Rebecca. 1999. “Zhu Muzhi.” CNN. http://articles.cnn.com/1999-06-03/world/9906_02_tiananmen_MacKinnon_zhu.muzhi_1_stray-bullets-relatives-common-people?
Nathan, Andrew J., and Perry Link. 2001. The Tiananmen Papers. Milano: Rizzoli.
Pieranni, Simone. 2009. "Se il Partito blinda la memoria". il Manifesto, Dossier. Tiananmen vent'anni dopo. Giugno.
Fiore, Ilario,1989. Tien An Men. RAI-ERI.

martedì 20 marzo 2012

2.2.9: Dalla tragedia alla farsa: la Jasmin Revolution

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 

2.2 Dopo Tienanmen

Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per cosí dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.
Karl Marx (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: 2001, p. 45)

Se Tienanmen fu una tragedia, la Rivoluzione dei Gelsomini naufragata nel ridicolo è sicuramente la farsa. Il sito anti-CNN è nato per contestare la cattiva copertura dei media occidentali sui disordini di Lhasa. Qui un post anti-CNN BBS sulla copertura di alcuni media occidentali della cosiddetta rivoluzione dei gelsomini in Cina. Le foto sono tutte dei falsi. La rivoluzione dei gelsomini si è esaurita in raduni scarsamente frequentati davanti al McDonald o a Starbucks. Per l'identificazione delle foto fasulle è stato utilizzato il sito di foto-identificazione TinEye del motore di ricerca cinese Baidu.

Esempio 1: Online USA News


Utilizzando lo strumento di identificazione delle foto di Baidu, si è trovato che questa foto mostra una manifestazione anti-giapponese che ha avuto luogo a Pechino nel mese di aprile del 2005.

Esempio 2: VG Norway
I cartelli verdi con la parola Taiwan indicano che si tratta di una manifestazione del Partito Democratico Progressista a Taiwan. I manifestanti indossano vestiti a maniche corte, cosa improbabile, a Pechino in pieno inverno. La foto è attribuita alla Agenzia France Presse. 


La foto della Reuters è stata identificata tramite Tineye, proviene da una dimostrazione anti-giapponese nella città di Lanzhou (provincia del Gansu) il 24 dicembre del 2010.




Le persone in questa foto hanno in mano cartelli con parole come "Cerchiamo lavoratori" e "Assunzione di personale", questa foto viene da una "fiera del lavoro" da qualche parte in Cina.

Si tratta di una ricostruzione della scena attraverso l'animazione, dato che mancano foto reali nonostante un sacco di reporter fosse nel luogo della manifestazione (più reporter che persone reali) nessuno però ha visto il poliziotto con il mitra che arresta il manifestante. 

La donna è in realtà una detenuta.


Esempio 7: La Nueva Cuba
Fake degli anti-castristi. Questa foto va bene un po' per tutto. Compare tra l'altro nell'ottobre 2009 nell' RTHK: rapporto sulla detenzione di Uiguri nello Xinjiang. 

Esempio 8: Noows (Germany)
Indossare camicie a maniche corte in pieno inverno? E dove sono i manifestanti? 

Sono agenti di polizia di Hong Kong (non indossano il basco in Cina!) catapultati a Pechino. Come si dice: quando mancano i cavalli corrono anche gli asini.
L'ambasciatore americano Jon Huntsman, poi trombato anche come candidato repubblicano, a Pechino a sostegno della fallimentare Rivoluzione dei Gelsomini. L'ambasciatore viene preso preso a male parole dalla folla per cui non riuscirà nemmeno a utilizzare questo video per la sua campagna elettorale.
La mini-Jasmin revolution ad Hong Kong. 30 persone. I soliti noti tra cui il commesso viaggiatore dell'imperialismo umanitario Leung Kwok-hung "Long Hair" che spesso ostenta t-shirt con la foto del"Che".
Fallimento clamoroso della Jasmin Revolution Made in China

Nonostante la non-notizia, i media occidentali hanno continuano per giorni a mungere questa "storia" del governo cinese che reprime il dissenso e degli scontri con i giornalisti occidentali. Quando non c'è protesta, i "giri di vite" diventano notizia. Quando la notizia della"repressione" si inaridisce, punteranno, ci si può scommettere, sulla "libertà" o la "democrazia". Tutti utilizzano questa strategia dice giustamente l'Hidden Harmonies China Blog. Non c'è bisogno di alcun tipo di cospirazione. Una volta che qualcuno ha lanciato l'amo, i media si faranno eco l'un l'altro.

Il risultato della frequente falsificazione nonché taroccamento delle notizie in Cina è l'ormai totale sputtanamento dei media occidentali, i quali sono visti come strumenti dell'Occidente per contrastare la pacifica ascesa della Cina

2.2.7: Alla ricerca della società civile

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 
2.2 Dopo Tienanmen 
"Fuck your crazy American!!!"Scritte anti-americane all'Università di Pechino nel 1999

The West have not had to understand the developing world, because they have the might to not care. 
Martin Jacques 

Vukovich scrive che siccome ogni manifestazione in Cina non può avvenire che a opera dei “nostri” dissidenti, le manifestazioni antioccidentali del 1999 sono state duramente condannate come una regressione rispetto dal 1989. Se la Statua della Libertà riappare, ma ora è rivestita in vernice rosso sangue e avvolta in una svastica (come è avvenuto), allora la società civile deve opporsi ai moti irrazionali dei nazionalisti fanatici, manipolati dallo stato. Questi moti sarebbero solo una breve interruzione nella lunga marcia della Cina verso una società civile e moderna (Vukovich 2009).

"La società civile" rimane il parametro di riferimento. La facile conclusione dei semplificatori è che mentre il movimento dell’89 era reale e spontaneo quello del '99 era apparente e organizzato dal governo. Nella New Left Review che si auto-professa "giornale di punta della sinistra di lingua inglese" le proteste del 1999 vengono archiviate come retorica xenofoba mentre la società civile si stava sviluppando verso una sfera pubblica veramente liberale, cosmopolita e anti-regime.

Dopo la disintegrazione del "socialismo di Stato", prima in Europa orientale e successivamente nella ex Unione Sovietica, spazzato via dal vento di riforma liberale a favore del "libero mercato" e della società civile, gli intellettuali in Occidente hanno dedicato molta attenzione allo studio di una "società civile e sfera pubblica" in Cina. La nascita di una diversa cultura politica in Cina, nel loro calcolo stava emergendo dalla riforma avviata negli anni ’80. Come risultato degli ingenti afflussi provenienti dalla finanza internazionale e della maggiore esposizione alla cultura straniera (leggi occidentale) che in precedenza non conosceva, la società cinese, chiusa ermeticamente, si era finalmente aperta ai nuovi posti di aggregazione quali le discoteche, Karaoke-bar, e i ristoranti Macdonald. Ciò unito alla fascinazione per l'Occidente degli intellettuali liberali e al consumismo come mezzo di comunicazione nuovo per la diffusione dell'individualismo avrebbe portato la Cina sulla scia dell’Occidente. 

Dopo il “movimento per la democrazia” di Tienanmen il tema della società civile-sfera pubblica è diventato dominante tra i ricercatori occidentali con migliaia di articoli, saggi, libri sull’avvenimento. La Cina come già notava un professore dell’Università Nankai di Tianjin, Ge Ouan diventa negli anni ’90 sempre più importante come oggetto di ricerca e gli studi vertevano sull’emergere di una nuova cultura democratica originata dalle riforme economiche degli anni ’80. Questi studiosi vedono nel movimento democratico dell’89 lo sbocco della crescita di una società civile grazie alle riforme di mercato e pensano che tutti i concetti nati in Occidente siano facilmente esportabili in altre culture.

Gli avvenimenti di Tienanmen sono codificati come una carenza della società civile. Si applicano concetti radicati nella storia occidentale ma universalizzati ad una realtà che non si conosce. I cinesi sono visti non semplicemente come controllati ma dominati da uno stato dispotico, totalitario e premoderno. L’onnipresenza dello stato ha inibito lo sviluppo della società civile. Ma se per società civile si intendono associazioni indipendenti di cittadini derivate ad esempio dal commercio e dagli affari allora la Cina ha una lunga storia di gilde. Se si intendono pure le associazioni dei lavoratori, delle donne, le organizzazioni scientifiche, onlus ecc ci sono e sono state promosse per la maggior parte dal Partito Comunista Cinese.

Occorre dire che invece gli studiosi cinesi hanno studiato profondamente la disintegrazione del socialismo nei paesi dell’est. Il "libero mercato" e l"occidentalizzazione della cultura". hanno dimostrato che i sogni di "libertà", "democrazia" e "prosperità", che erano stati promessi dalla cosiddetta società civile sono stati offuscati dalla persistente insicurezza sociale e finanziaria per la grande maggioranza della popolazione, dalla disoccupazione diffusa e dal peggioramento complessivo di tutti gli aspetti della vita in questi paesi. 

La crisi morale, culturale e sociale nella Russia degli anni ’90 che aveva adottato la terapia shock del libero mercato e che ha gettato la società russa in una situazione in cui l'identità nazionale e culturale si trovava seriamente minacciata ha allarmato gli stessi intellettuali cinesi. Quindi non sorprende il fallimento dei dissidenti pro-democrazia che hanno attribuito le loro difficoltà alle differenze in termini di tradizioni storiche, la struttura sociale, a livello economico e delle condizioni naturali, tra la Cina e l'ex "campo socialista". Molti degli stessi intellettuali che un tempo sostenevano l’analogia tra la Cina e l'Europa orientale ora pensano che un cambiamento della struttura politica senza livelli di alta crescita economica è destinata a rivelarsi ancora più disastrosa della situazione della Russia degli anni ’90. Per questo che parecchi in Cina nella stessa intellighentzia hanno una pessima opinione dei cosiddetti “riformisti” filoliberali. Molti giovani vedono nel neoconfucianesimo una difesa contro la denazionalizzazione e la desinizzazione. 

Clement Stubbe Ostregaard, Craig Calhoun e Thomas B. Gold per primi hanno applicato i concetti di "sfera pubblica", "società civile" per fornire una comprensione alterativa del Movimento di Tienanmen del 1989 a Pechino. In un articolo pubblicato immediatamente dopo, Ostregaard, specialista della Cina, ha sostenuto che la società civile che si era sviluppato in Cina da alcuni anni come risultato del processo di riforma economica è riuscita a limitare e a sfidare efficacemente il potere pervasivo del Partito-Stato. Craig Calhoun fu il primo studioso che ha fatto valere la teoria di Habermas dello spazio pubblico/privato sottolineando che la protesta del movimento del 1989 è stato un tentativo di creazione di una sfera pubblica in Cina al di fuori del controllo dello stato. Frederick Wakeman ha respinto questa analisi sostenendo che per Habermas come per Marx l'emergere dello "spazio pubblico" è una sfera della comunicazione per proteggere la società civile contro lo Stato strettamente collegato ad un forte potere della borghesia. Quindi questo concetto si è affermato in un contesto storico particolare e solo diventando teleologia può essere applicato al caso cinese che per altro non spiega in modo soddisfacente (Adlakha 1998). 

Nonostante questi forti riserve teoriche, è sorprendente come la popolarità dell'argomento della società civile ha ripreso un ulteriore impulso da una serie di nuovi progetti dagli storici sociali, in particolare in America, che in precedenza avevano sottolineato le basi tradizionali della società civile e della sfera pubblica in Cina. Questa nuova generazione di storici sociali nei primi anni ’80 hanno iniziato a rintracciare le radici della società civile nell’età tardo imperiale o, come preferiscono chiamarla, pre-moderna della Cina. Tra questi studiosi ci sono David Strand, K. Martin Whyte, William T. Rowe, Maria Backus Rankin e Prasenjit Duara. Secondo questi studiosi, una distinta società civile pre-moderna è esistita tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del XX secolo la Cina, sotto forma di gruppi di imprese e associazioni di volontariato, le gilde, associazioni di quartiere, i clan e il lignaggio, associazioni di cognome, e gruppi religiosi nella forma di società del tempio, culti di divinità, i monasteri e le società segrete. Forse il più importante fenomeno comune a queste organizzazioni è che si sono formate al di fuori, o indipendentemente dallo stato. 

Senza dubbio, lo scopo di questi studi era quello di sottolineare lo stretto legame tra uno spazio pubblico autonomo presente nel periodo tardo della dinastia Qing e l'inizio della repubblica Cina e la ricomparsa di questi elementi incipienti in organizzazioni semi-ufficiali, imprese semi-autonoma di business all'interno della proprietà collettiva, in alcuni interstizi apertisi con le riforme di mercato. La Stone Corporation , l'Istituto per lo studio dello sviluppo dell’Economia agraria, e l'Istituto per lo Studio delle riforme nella Struttura economica, ecc, sono alcune di queste organizzazioni semi-ufficiali e semi-ONG che erano attivamente dietro le dimostrazioni degli studenti nel 1989, riconosciute come strumenti per far "rivivere" la sfera privata habermasiana. 

Il problema è che si equipara il movimento dell’89 all’espressione della Società Civile come mai allora non lo si fa con il muro della democrazia del 1976 oppure con la Rivoluzione Culturale? Il problema della teoria della sfera pubblica-privata di Habermas concepito fuori di un determinato contesto storico perde la sua rilevanza soprattutto quando applicato alla Cina 

Se qualsiasi forma di protesta pubblica contro lo Stato prima del 1989 in Cina ha a che fare con la società civile o la sfera pubblica, allora rientra in questo contesto anche il movimento del 1976. Se una protesta di massa pubblica diretta contro lo Stato "autoritario", o contro una brutale cricca repressiva al potere può essere considerato come parte di una cultura della società civile allora anche la Rivoluzione Culturale aveva alcuni elementi indipendenti, una cultura autonoma della protesta pubblica. E 'in questo senso, si potrebbe argomentare, la teoria della sfera pubblica o privata di Habermas concepita fuori di un determinato contesto storico perde la sua rilevanza quando applicata alla Cina, come è stato il caso dei ricercatori occidentali impegnati nell'interpretare la "cultura politica" della Cina contemporanea. 

Milioni di cinesi hanno dovuto vivere in condizioni di austerità e, indipendentemente che nel PCC è stato seguito il criterio dell "politica oppure dell’economia al comando, nella prima fase, l'instabilità sociale è stata causata da errori politici di ultra-sinistra, mentre nella seconda fase che è ancora in corso, è il rapido ritmo di liberalizzazione e di sviluppo economico che sono la causa dell’instabilità sociale. Se i decenni pre-riforma sono stati politicamente catastrofici, il successivo periodo post-Mao hanno visto la grande divaricazione dei redditi urbani e rurali. 

Nella prima fase è stata la parte urbana della popolazione che è stata costretta a vivere una vita sradicata a causa della migrazione organizzata nelle aree rurali. Ora è il turno di milioni di cinesi delle zone rurale che emigrano nelle città per offrire il loro lavoro a buon mercato. Sembrava ad alcuni osservatori che le forze di mercato fossero riuscite ad allontanare la Cina dal marxismo, incamminandosi verso una cultura politica simile a quella occidentale, ovvero la democrazia borghese liberale, la società civile e i diritti umani. Per qualche tempo, l'élite politico occidentale era speranzosa di fronte ad una leadership riformista liberal-democratica cinese. Molti pensavano di fare affari con una Cina non più governata dal PCC. Si sperava che con la morte di Deng i leader moderati avrebbero ceduto alla richiesta di riforme politiche. Tale speranza è andata delusa quando Deng è morto all'inizio del 1997, e la leadership è stata presa da Jiang Zemin (considerato un sostenitore della linea dura). L'ottimismo occidentale per la Cina della "modernizzazione" nell'era post-Jiang, è puntualmente andato deluso. 

Per riassumere, vediamo che gli studiosi occidentali mainstream della Cina cercano di screditare il PCC per l'insistenza sulla stabilità piuttosto che sulle audaci riforme politiche suggerite da loro stessi. La loro convinzione circa la crescente domanda cinese per la democratizzazione si è rivelata un errore. Il pensiero dominante in Cina mette in dubbio che il pluralismo politico e la democrazia multi-partitica siano questioni cruciali e urgenti per il paese. I commentatori cinesi credono che il paese stia attraversando una fase di transizione, e sia quindi alle prese con problemi di corruzione, la criminalità, disparità di redditi e modifiche istituzionale, ecc Un nuovo contesto richiederà tempo. La Cina viaggia lungo il terreno incerto della costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi. Ma per descrivere questi sforzi come "crisi della fede nella ideologia esistente" o come "morte del marxismo in Cina" sarebbe un grosso errore. Si deve dare il beneficio del dubbio alla classe dirigente cinese dandogli il tempo per intercettare la corrente principale dell’evoluzione del mondo. Se la Cina può tracciare un sentiero nuovo e mostrare una formula migliore per la trasformazione socio-politico di quanto l'Occidente ha imposto ai paesi del Terzo Mondo, sarà la benvenuta. 

Nonostante le diverse tradizioni culturali della Cina, una volta che sia totalmente immersa nella globalizzazione potrebbe non essere in grado di mantenere una identità totalmente separata se il resto del mondo, o la maggior parte delle nazioni, siano inclini ad adottare un modello di "società civile" anche se ci sarà unità nella diversità nella loro sperimentazione. In altre parole, l'armonia tra lo Stato, la collettività e l'individuo sarà regolata da una norma più o meno uniforme in cui il mondo futuro attua le sinergie inter-culturali. Se nell'esperimento cinese si può trovare qualcosa di superiore al modello occidentale, molti paesi del terzo mondo ne seguiranno l'esempio, e a sua volta ciò costringerà i sociologi occidentali ad accordare un riconoscimento ufficiale al "modello cinese" e modificare le loro teorie sull'evoluzione della “modernizzazione”. Se non sarà così la Cina dovrà conformarsi alla tendenza socio-politica maggioritaria, o si acuiranno le contraddizioni tra il sistema di governo e alcuni soggetti sociali. E' incoraggiante il fatto che sempre più sociologi in Cina stanno mostrando un crescente interesse per la comprensione del ruolo cruciale del governo in una società che sta trasformandosi da una tradizionale società rurale in una moderna nazione industriale. 

Il dibattito in Cina verteva negli anni ’80 sull’etimologia di "Burgerliche Gesellschaft" e si è discusso su cosa volesse significate il termine originale tedesco presente sia in Habermas che in Marx. Il ricercatore Shen Yue pensa che la "società dei cittadini" (Burger può essere interpretato sia come cittadino che come borghese) non si riferisse alla borghesia ma complessivamente alla popolazione della città, borghesia e proletariato intese dal punto di vista economico. L’articolo pubblicato poi sul Renmin Ribao ha assunto i crismi dell’ufficialità. Yu Keping, ricercatore del centro di traduzione del PCC ha anche evocato letteralmente "la società socialista di cittadini" (come marchio socialista della società civile). Ciò spinge verso una commistione tra l’elemento socialista e quello liberale. Lo stesso termine di società civile è difficilmente traducibile in cinese sebbene sia diventato popolare nelle discussioni tra le elites universitarie. Jurgen Habermas fondatore della "teoria della comunicazione" e la teoria dello spazio pubblico e privato nel 1960, non è ancora stato tradotto in cinese negli anni ‘90 (Adlakha 1998). 

Pochi sono stati i ricercatori che hanno accolto l’indirizzo di ricerca sulla “società civile” che comunque non ha avuto un’accoglienza entusiastica. Solo qualche dissidente all’estero sull’onda della Dea della democrazia ha seguito questo indirizzo. Si è analizzato questo concetto in rapporto alle ex tigri asiatiche e la maggior parte ha respinto l’idea sull’emergenza della società civile in Cina.. I co-autori di un articolo sull'argomento Deng Zhenglai e Jing Yuejin, analizzano la dicotomia hegeliana Stato/società e sostengono la tesi che la società è subordinata allo stato. Lo Stato deve riconoscere una società civile indipendente, fornire garanzie istituzionali e giuridiche e un campo legittimo d'azione per essa. Ma lo Stato dovrebbe necessariamente intervenire per la sua regolamentazione. Tuttavia, Deng e Jing, non affrontano il problema di come la "società civile" deve essere considerata oggi nel contesto della Cina. Ad esempio, in una società economicamente arretrata come la Cina, la società civile deve essere creata dall'alto, dallo Stato o diventa una una sfida allo Stato dal basso? 

Con la fine della colonizzazione due modelli si sono contesi la supremazia sulle ex colonie. Quello liberale e quello socialista di tipo sovietico che si sono rivelati inadatti. Ma molti in Occidente hanno prescritto alle elites dei paesi ex coloniali le loro formule politiche economiche che però hanno portato all'aumento dei disoccupati, della povertà, della criminalità istituzionalizzata e della corruzione. Coloro che hanno optato per il socialismo "sovietico" hanno avuto alcuni successi iniziali poi le loro pur positive proposte di alleviare la miseria si sono scontrate con una scarsa risposta degli organismi internazionali (WB, WTO ecc) e la scarsa capacità di aiuto finanziario da parte dell’URSS e dei paesi socialisti che prendevano anche essi a prestito dall’Occidente. Inoltre non c’era un modello davvero funzionante di socialismo che avesse protratto i suoi successi nel tempo. Con la caduta dei paesi socialisti l’Occidente ha preteso che ci fosse un solo modello della modernità. Ma non esiste un modello universalmente valido indipendentemente dalle specificità culturali, storiche, sociali e dunque si deve cercare una strada che sia compatibile con la propria realtà. Questo è quando avevano in mente i cinesi quando hanno deciso per la radicale, audace e pragmatica ristrutturazione nel 1978. 

Le stesse proteste dell’89 sarebbero state condannate dalla cultura cinese. Per Elizabeth Perry comunque gli studenti erano tradizionalisti e avevano un concetto di società non moderno avendo posto l’accento sul moralismo, sulla petizione di tipo feudale oltre a tendenze stato-centriche chiedendo di essere riconosciuti per deferenza all’autorità dello stato. Gli studenti erano in altre parole confuciani loro stessi nonostante il notevole affascinamento dell’Occidente. 

Un altro aspetto del movimento verso una più sensibile inclusiva governance è il sempre maggiore spazio per i cittadini per articolare i punti di vista, esprimere interessi, e formare organizzazioni a vari gradi di indipendenza dal governo. Fin dalla metà degli anni ’80, differenti tipi di organizzazioni non governative come organizzazioni di donne, associazioni di commercio, club di scacchi, società accademiche, associazioni professionali e network hanno proliferato. Sebbene sulla scia dell’89 venisse imposta la registrazione e ci sia stato un giro di vite sui gruppi percepiti come pericolosi, il campo delle organizzazioni non governative a ha continuato a a svilupparsi. La preparazione della Quarta Conferenza delle Donne a Pechino nel 1995 in particolare da una spinta allo sviluppo dei gruppi femminili in Cina e promuove un ambiente migliore in cui altri gruppi possono fiorire.(Howell 2006). Sinologi come Vivienne Shue hanno sottolineato come la società cinese sia molto meno controllata di quanto appaia ai sinologi. Yu Keping, un ricercatore che si è interessato all'argomento, sottolinea che secondo le statistiche del Ministero degli Affari Civili, nel giugno del 2007 c'erano 35,7 milioni di organizzazioni non governative in Cina, inclusi 1193 gruppi sociali, 162.000 unità private onlus e 1193 Fondazioni. Le stime dei ricercatori sono al di sopra di questi numeri. Secondo l'Istituto delle Organizzazioni Non-governative dell'Università Tsinghua ci sono circa 2 milioni di organizzazioni sociali e per le più alte stime addirittura 8 milioni (Han Lixin 2009).
Bibliografia
Adlakha, Hemant. 1998. Towards an Understanding of Socialism with Chinese Characteristics, Gyan Publishing House. http://www.ignca.nic.in/ks_41021.htm.
Howell, Jude 2006. New Democratic Trends in China? Reforming The All-China Federation of Trade Unions, IDS WORKING PAPER 263, Institute of Development Studies at the University of Sussex Brighton, Marzo 2006
Vukovich, Daniel F. 2009. “Uncivil Society, or, Orientalism and Tiananmen, 1989.”



lunedì 19 marzo 2012

2.2.6: I cinesi come cattivi imitatori dell’Occidente e le masse strumentalizzate

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 

2.2 Dopo Tienanmen
«Come si possono permettere gli stranieri di prendere in giro come noi usiamo coltello e forchetta a tavola quando loro non sono in grado di tenere in mano i bastoncini? Forse che il coltello e la forchetta occidentali sono meglio dei bastoncini cinesi?Andate a farvi fottere!”.
(Chinese Say 1996)

Scrive Stefano Cammelli:
Nel momento in cui l’opinione pubblica cinese decretava il successo di un libro nazionalista, anti-occidentale, xenofobo e aggressivo, mentre la ‘tradizionale’ xenofobia cinese si manifestava a chiare lettere nelle manifestazioni contro l’Occidente in seguito al bombardamento dell’ambasciata di Belgrado, sulla stampa occidentale incluso quella italiana – si continuava a descrivere una Cina improbabile, affarista, completamente dedita alla sola ricerca di denaro e del successo economico, più occidentale dell’Occidente. Pronta, proprio perché ormai matura, alla democrazia occidentale che un partito “sclerotico” composto da una vecchia dirigenza arroccata al potere, negava ricorrendo anche alla repressione fisica dei dissidenti (Cammelli 2008)
Le reazioni occidentali ai giovani che vanno all’assalto dell’ambasciata americana sono addirittura controinduttive. I giovani cinesi sono anti-americani perché amano Di Caprio e Topolino. I giovani che pur manifestano con tanta ostilità nei confronti degli americani sono completamente cinici dopo Piazza Tienanmen. Insomma la ragnatela interpretativa è completamente collassata. La Cina vistasi negare la strada dell’occidentalizzazione ha addirittura “perso l’anima” ed è diventata cinismo e affarismo, topolino e nazionalismo. E’ il sintomo della ormai avvenuta completa estraniazione alla Cina da parte dei commentatori occidentali. Parlano di una Cina che non gli piace affatto, quella a caratteristiche cinesi:
La Pechino di oggi, dopo i giorni dell'ira popolare suscitata dal bombardamento dell' ambasciata di Belgrado, ha riacquistato un aspetto di frenetica normalità: cantieri ovunque, edifici che s'innalzano per decine e decine di piani, scavi della nuova linea della metropolitana, un traffico caotico, cartelloni pubblicitari ovunque, cartelloni con slogan politico-ideologici pochissimi: i manifesti a grandi caratteri affissi sui tronchi degli alberi che sorgono di faccia all' ambasciata americana con su scritto "A morte l'imperialismo! Assassini! Canaglie!" sono ormai ridotti a brandelli, illeggibili. Ma la vampata di orgoglio nazionalista non s'è quietata, la convinzione di essere stati umiliati e offesi dagli occidentali che predicano i diritti umani ma non li rispettano (così continuano a ripetere radio, televisione e giornali) lascia poco spazio alla rivendicazione delle madri di Tienanmen. […] E desidera cancellare la memoria e ogni traccia di quell'evento che a molti pare lontanissimo. "Dieci anni fa? Tienanmen? è come parlare di un secolo fa, come dire prima della rivoluzione industriale, prima dell'epoca moderna", mi dice ridendo un imprenditore sulla trentina che produce ed esporta in tutto il mondo ciondoli portafortuna in osso. E' di Pechino, era andato a dare un'’occhiata a piazza Tienanmen il 3 giugno di dieci anni fa, ma poi era tornato a casa, prima che si scatenasse l' inferno. E da quel giorno, racconta, il suo unico impegno è stato quello di fare soldi perché, spiega, "ho capito proprio allora che sono l'unica cosa che davvero conta. Avevo anch'io qualche ideale prima, ora non più".
I corrispondenti intanto parlavano del solito amore per l’occidente: 
Naturalmente nessuno di coloro che studiavano il paese da anni era caduto nella trappola che la Cina riservava ai corrispondenti appena giunti a Pechino. Costoro, circondati da amore superficiale e ostentato per l’Occidente, da anni ormai - come si è veduto - alimentavano una letteratura leggera e senza pretese di una Cina più Occidente dell’Occidente. Tenuta lontana dalla democrazia (cui sarebbe certamente approdata in poco tempo) dalla gerontocrazia comunista (Cammelli 2008). 
Ambasciata cinese di Belgrado dopo il bombardamento 
L’immarcesibile Rocca aveva scritto a suo tempo: “La classe dirigente reprime le opposizioni non in nome di un sistema, di una convinzione, ma semplicemente perché desidera preservare gli orpelli di un potere minacciato ogni giorno dell’evoluzione delle mentalità (Egido 2004a)“. Una “mentalità che si evolveva in realtà nel senso opposto a quello voluto dall’Occidente. Gli stessi corrispondenti alimentavano il mito delle manifestazioni organizzate dal partito:
L’anti-occidentalismo che emergeva con così chiara evidenza chiudeva in modo definitivo l’esperienza del 1989? Ci si domandò se fosse spontaneo o gestito dal partito: restano negli archivi una serie di interviste che non aggiungono nulla su Song Qiang, ma che documentano in modo importante l’incredulità di un occidente che fino a quel momento si era sentito sicuro, certo del risveglio democratico cinese e della sua natura filo-occidentale. « “Se non c’è dietro il partito che cosa vi ha spinto a scrivere questo libro?” “I giovani della mia generazione pensano che la Cina abbia detto di sì troppo a lungo alla cultura, all’ideologia, al sistema di valori americani. Ora noi vogliamo dire basta a questo genere di mentalità e di falsità”. “Dunque a cosa volete dire “SI”? Devo chiederlo tre volte prima che lui interrompa la sua tiritera anti-occidentale per dire “Nei valori tradizionali” insegnati dal Confucianesimo e dal Taoismo (Cammelli 2008)
Dunque la fola che viene raccontata è che i cinesi aspirino all’Occidente sotto ogni aspetto e vengano tenuti schiacciati dalla gerontocrazia o dalla burocrazia (nella versione di sinistra) comunista non sta in piedi. Anche un acuto osservatore della Cina come il corrispondente del Washington Post Steven Mufson è sorpreso e non riesce a spiegarsi “come sia potuto succedere, in così poco tempo, di passare dalle manifestazioni in piazza Tienanmen intorno a una Statua della libertà in polistirolo a un anti-americanismo così confuso, ma istintivo, duro. Pregiudiziale” (Cammelli 2008).

L’Occidente è global per i diritti ma no global per gli investimenti. Insomma colonialista. Lo stesso quando si dice che la Cina ha rinnegato la sua cultura per il consumismo occidentale. Argomento principe di chi va a insegnare la Cina ai cinesi. In realtà la sua storia è quella di una grande potenza fondata sul commercio e su una scienza e tecnica avanzate come scrive Needham. Mentre la sua cultura è quella anti-individualista, ossia quella che i “democratici” vorrebbero eliminare a favore dei diritti umani occidentali fondati sull’individualismo.
Manifestazione contro la NATO per il bombardamento 
dell'Ambasciata cinese a Belgrado 
Contrariamente a quanto si pensa in Occidente la Cina non solo non vuole omologarsi ai modelli occidentali ma ritiene di richiamarsi alla propria cultura. Rivaluta ad esempio ogni tradizione pur che sia diversa dall’Occidente. Cammelli sostiene che le considerazioni fatte dagli autori di La Cina può dire No! sono un grido di rabbia contro un Occidente ostile e contro “l’arroganza di chi va in Cina e pontifica o ridicolizza la cultura cinese definendola morta per sempre. A tutto questo la Cina deve imparare a rispondere, una volta per tutte, “No!”(Cammelli 2008).

Stanley Karnow sostiene che gli americani hanno ereditato dai missionari l’idea che la Cina è perfettibile. L’opinione pubblica progressista da cui spesso escono i giornalisti pensa che il compito degli USA sia quello di spingere l’umanità alla migliore realizzazione di se stessa. Inoltre ci sono elementi derivanti dall’illuminismo e dal progressismo dell’età Wilsoniana che vedono il mondo destinato a diventare un unicum interconnesso (Turmoil 1992). La Cina è sembrata ancora di più del Giappone o di altri paesi un esempio per l’applicazione di queste idee. Prima di tutto perché aveva combattuto assieme agli USA contro la tirannia. Poi perché sembrava che la stessa Cina comunista, la Cina di Deng richiedesse l’aiuto occidentale e ne avesse bisogno segno che la missione storica dell’Occidente non era finita con il colonialismo. Sembrava che fossero gli studenti coloro che incarnassero questa voglia di Occidente e di congiunzione con la storia unica del mondo dominata dall’Occidente che rappresenta dunque anche quella fine della storia da molti preconizzata (Turmoil 1992).

Gli occidentali sono prigionieri dell’argomento proposto da Martin Upset[1] nel 1960 ovvero che modernizzazione, sviluppo e democrazia non esistono se non possono coesistere. Ma in realtà i cinesi non stanno affatto discutendo la realizzazione di una democrazia di tipo occidentale che anzi per molti bersi rifiutano. I cinesi vogliono creare una società fondata su proprie caratteristiche nazionali ma fondamentalmente socialista. 

Il postulato fondamentale della teoria della modernizzazione negli anni Sessanta e Settanta è stato che tutti i sistemi inevitabilmente devono muoversi verso la democrazia liberale. I dirigenti cinesi hanno dimostrato scarso interesse per questa. Come Vu Gongmei osserva: "dopo la II Guerra Mondiale molti paesi di recente indipendenza hanno meccanicamente seguito i sistemi sociali, politici ed economici del mondo occidentale, con il modello americano come ideale. Il risultato è stato proprio opposto di quello che avevano desiderato. Infatti alcuni di questi paesi hanno raggiunto una crescita economica complessiva in un periodo molto breve, ma gli scontri a livello locale, i disordini razziali, le guerre religiose, guerre civili, lotte di potere, colpi di stato e ogni sorta di caos sanguinoso sono all'ordine del giorno in queste società. La democrazia liberale occidentale non è riuscita a consegnare ai paesi del Terzo Mondo la prosperità economica prevista, l'armonia sociale e la felicità. 

Sono invece i pii monaci tibetani che cercano di Occidentalizzare la Cina. “A chi ci chiede se la modernizzazione della Cina contribuisce alla nostra causa, io rispondo che la Cina non è moderna. Modernizzazione significa democratizzazione. Significa rispetto per i diritti umani e una società aperta ai diritti individuali. Nulla di tutto questo esiste oggi in Cina (Samdhong Rimpoche 2008). Una affermazione come questa è significativa in quanto un signore che unisce nella propria persona il potere politico e spirituale in un istituto tipicamente tradizionalista e diremmo noi “feudale” parla della non modernità della Cina. In compenso per modernità egli intende l’occidentalizzazione senza rendersi conto della contraddizione di uno stato laico con la presenza di Sua Santità il “Papa Re” tibetano ossia il Dalai Lama.
Il "Demone della Libertà" grondante del sangue
dei cinesi morti all'ambasciata di Belgrado


Il bombardamento dell’ambasciata di Belgrado della Repubblica Popolare Cinese il 7 maggio del 1999 porta a violentissime manifestazioni aniti-americane e anti-occidentali:
"Sangue vuole sangue", così , a caratteri cubitali su uno striscione nero, a lutto, per la prima volta da dieci anni migliaia di studenti di Pechino sono tornati ieri in piazza. Stavolta non era per la democrazia, come a Tienanmen, ma contro l'America. Gli studenti hanno scagliato sassi, bottiglie e pomodori contro l'ambasciata Usa, rappresentante del governo che nella notte aveva ucciso e ferito i loro connazionali nel bombardamento per errore dell'ambasciata cinese a Belgrado. Poi i manifestanti si sono diretti anche verso la rappresentanza diplomatica britannica […]. Nella notte, a Chengdu (provincia del Sichuan, nel sudovest) manifestanti hanno però assaltato, saccheggiato e incendiato il consolato statunitense. E a Canton (nel Guangdong, contiguo a Hong Kong), a decine di migliaia sono scesi per strada e hanno circondato il consolato americano - secondo testimoni oculari - senza grandi interventi delle autorità […] folle ormai irate che gridano con un gioco di parole "renquan (diritti umani) uguale baquan (egemonismo)(Rabbia 1999)”.
Siamo rimasti al partito di gerontocrati timorosi di qualsiasi movimento di massa e completamente screditato tra la gente, privo di qualsiasi rappresentatività. Ma ora succede un fatto strano: le masse si mobilitano contro l’America. La spiegazione è pronta…è il Partito.

Scrive Earnshaw: “Nessuna dimostrazione, nessuna protesta. Ha tenuto per poco meno di 10 anni, solo per essere annullata dalle dimostrazioni per protestare contro i bombardamenti della NATO all'ambasciata cinese a Belgrado durante la guerra del Kosovo. E gli studenti erano lì fuori per celebrare il fatto che essi potessero, ancora una volta, uscire per le strade come fare una dichiarazione politica. Grande ambivalenza (Earnshaw S.d.)”.

Sempre quel partito che fino al giorno prima non era per nulla rappresentativo e timoroso delle masse sorprendeva e poneva nuove domande a chi voleva capire la Cina:
Ad esempio potrebbe essere utile spiegare quale rapporto unisca il nazionalismo all’avversione per gli americani, se siano o meno la stessa cosa. Quale rapporto unisce un governo alle folle con una tale capacità di comunicazione da renderne possibile la mobilitazione in pochi attimi: non era – infatti – un governo che aveva ormai rotto ogni rapporto con le folle a partire dal 1989? Non era isolato nella sua cittadella tecnocrate e modernista? Non cercava di fare della Cina una America asiatica? Bisognerebbe poi spiegare altre cose ancora: ad esempio quale differenza esista tra sommossa anti-americana e sommossa anti-modernizzazione e cosa c’entra tutto questo con la parola ‘nazionalismo’(Cammelli 2008).
Le vittime del bombardamento americano a Belgrado
D’altra parte le manifestazioni in un regime rigidamente totalitario non possono essere spontanee:
Se in Cina “non c’è libertà di stampa” non ci può essere “libertà di espressione” così – si deve avere pensato – in un paese dove i diritti umani non vengono riconosciuti non possono avvenire manifestazioni spontanee. Se l’italiano Corriere della Sera forse erra nell’interpretazione ma comunque riferisce quello che è stato veduto ( “folle ormai irate che gridano con un gioco di parole “renquan (diritti umani) uguale baquan (egemonismo)”, il contributo del Washington Post è un capolavoro di mezze parole – usate con grande maestria – per alludere senza dire, prospettare senza affermare: «Quando decine di migliaia di giovani studenti con in mano pietre, molotov e cartelli con scritto “Kill Americans” hanno attraversato le strade di Pechino questo week-end per protestare contro l’incidentale ma tuttavia mortale attacco della NATO all’ambasciata cinese a Belgrado, erano accompagnati dal fantasma di ben altre manifestazioni, dieci anni or sono»(Cammelli 2008).
Cammelli ironizza sulla stampa occidentale che ferma al cliché dei ceti cittadini moderni amanti del liberalismo occidentale (“gli studenti sono liberal, la Cina urbana è liberal, solo la gerontocrazia del PCC opprime con una politica vecchia il naturale sviluppo della società cinese verso la democrazia”) è impossibilitata a spiegare ondate al limite della xenofobia. La spiegazione è che le masse sono spinte dal partito che messo accuratamente in scena le dimostrazioni anti-americane «i leader studenteschi delle organizzazioni governative hanno ricevuto una lista degli slogan da gridare». “Tuttavia, aggiunge Cammelli, certe enormità le si può affermare in un momento di perplessità ma tutta Pechino ha veduto come sono andate le cose”. Allora il giornalista americano si sente in diritto di sottolineare: «Ma sarebbe un errore dire che questi studenti siano stati forzati a protestare. Le dimostrazioni, sebbene dirette dalle autorità, esprimono in modo molto fedele i sentimenti delle folle.»”. Cammelli commenta “le acrobazie di certo giornalismo fanno colpo il giorno dopo, ma a dieci anni di distanza perdono ogni virtuosismo letterario e si rivelano, semplicemente, per quello che sono: improvvisazioni prive di professionalità”. Un giornale italiano “La Stampa” è quello che va più vicino alla realtà: “«Diversamente da Tiananmen però, quando i dimostranti vedevano gli stranieri come amici, questa folla è xenofoba e accusa gli stranieri caucasici di essere “americani”. Alcuni giornalisti e passanti sono stati spintonati e minacciati. Capipopolo improvvisati urlavano ai poliziotti che “i cinesi non devono difendere gli stranieri” o chiedevano il boicottaggio delle merci americane, da domani niente più Coca-Cola o McDonald’s.» (Cammelli 2008).Si può confrontare ciò con quanto avveniva durante la protesta di Tienanmen secondo quando scrive Fiore: "Riconosciuti, i corrispondenti stranieri erano salutati come vecchi amici, i fotografi e gli operatori televisivi erano liberi di riprendere la manifestazione. Al­cuni cameramen sono stati issati a bordo dei tricicli per se­guire la marcia al centro della strada" (Fiore 1989, p.31). Il cambiamento non poteva essere più radicale.

Manifestazioni analoghe a quelle contro gli americani per il bombardamento dell'ambasciata di Belgrado sono avvenute ad Hong Kong e non erano certo opera del Partito, per di più per isole Diaoyu contese con il Giappone: “Le folle che in quella circostanza invocarono l’intervento dell’esercito per otto scogli disabitati non erano attivisti comunisti ‘organizzati dallo stato’, ma cittadini anglo-cinesi dell’ultima colonia britannica (Cammelli 2008)”.

Quando poi si capì che la reazione era di massa divenne improvvisamente tutto chiaro per l’Occidente. Il partito aveva recuperato consenso rinunciando al comunismo e adottando il nazionalismo. Compare allora il Grande Vecchio: “Nessuna sorpresa che l’untore venga individuato nel governo, nel partito, nel potere che tutto fa e disfa.(Cammelli 2008)”. Interessante analizzare le lettere ai giornali che in quel periodo venivano mandate ai giornali e che furono raccolte da un ricercatore americano, Peter Hays Gries, studioso del nuovo nazionalismo cinese: “Lettere di rabbia fine a sé stessa (“Lavare il sangue col sangue!” “Gli occidentali sono come lupi, assaltano in branco e scappano”). Lettere che reclamano giustizia, il ristabilimento della legalità internazionale unite a lettere di indignazione, di rammarico (Cammelli 2008)”. Molte insistono sulla volontà degli occidentali di umiliare il popolo cinese. Addirittura compare capovolto il motto di Obama del “Buy America”: Chi compra Cadillac, Nike e Mac Donald non ha la coscienza a posto. Occorre consumare i prodotti nazionali (Cammelli 2008). 

La rivoluzione cinese, a cominciare dai boxers, e nella sua fase posteriore al 1930 ebbe essa stessa una forte venatura antioccidentale:
Nessuno sembra ricordare la profonda avversione anti-occidentale che percorre per tutta la sua durata la rivoluzione cinese. Nessuno ricorda le devastanti ondate xenofobe che attraversano la rivoluzione culturale. Nessuno sa del trionfo editoriale del libro La Cina può dire No! Così ci si culla nell’illusione di avere compreso tutto nel 1989: gli studenti in piazza, la democrazia, la richiesta di maggiore libertà, il regime cieco e brutale. Come accettare in una notte sola quello che non si è voluto vedere per anni? Come chiudere in poche ore di violenza di piazza il divario tra ciò che si credeva e ciò che si vede? Sì, c’erano state grandi proteste e grande delusione anche quando alla Cina erano state negate le Olimpiadi del 2000, ma la delusione non si era trasformata in movimento antioccidente, non era diventata xenofobia (Cammelli 2008).
Nemmeno la famose classe media non lascia a ben sperare perché la stragrande maggioranza dei cinesi “sembrano accoglierne le tesi sull'identità nazionale del paese, sul ruolo dell'imperialismo nella sua storia passata e presente e sul valore che ha mantenere e far progredire questa cosa chiamata Cina. Le classi medie, inoltre, accettano sempre di più anche il nazionalismo maoista, l'idea cioè che in passato la Cina abbia conosciuto la grandez­za, sia stata umiliata e che in futuro risorgerà (Cheek 2007, 47)”.

[1] Upset, Martin (1960) Political Man: The Social Basis of Politics ( London: Heinemann). 
Bibliografia
Cammelli, Stefano. 2008. “Debolezza Della Cina e Problema Tibetano.” Polonews http://www.polonews.info/articoli/Saggi%20critici/20080505.pdf.
Cheek, Timothy. 2007. Vivere Le Riforme. La Cina Dal 1989. EDT.
Fiore, Ilario.1989. Tien An Men. RAI-ERI.
Turmoil. 1992. “Turmoil at Tiananmen. A Study of U:S: Press Coverage of the Beijing Spring of 1989”. Harvard University. http://www.hks.harvard.edu/presspol/publications/reports/turmoil_at_tiananmen_1992.pdf.

venerdì 16 marzo 2012

2.2.5: Nazionalismo e/o patriottismo

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 

2.2 Dopo Tienanmen

Nel Monumento ai Martiri Rivoluzionari del Popolo a Pechino sono riportati i nomi dei patrioti che, dalla metà del XIX secolo fino alla liberazione della Cina nel 1949, hanno combattuto per l’indipendenza nazionale cinese. Ciò che ci ha colpito è stato questo riconoscimento ufficiale che la rivoluzione cinese comprendeva un processo secolare di lotte e che il Partito Comunista Cinese era apparso solo nell’ultimo atto. 
Milton e Dall Milton (1976).

La mia lettura di Marx ed Engels può stupire ma rileggiamo il Manifesto del partito comunista: «La storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe», e queste assumono «forme diverse». Il ricorso al plurale fa intendere che quella tra proletariato e borghesia o tra lavoro dipendente e classi proprietarie è solo una delle lotte di classe. C’è anche la lotta di classe di una nazione che si scuote di dosso lo sfruttamento e l’oppressione coloniale.
Domenico Losurdo (2013)

La lotta patriottica di liberazione della Cina è parte della più ampia lotta di classe tra le nazioni "proletarie" e sfruttate e le nazioni sfruttatrici. La lotta per la liberazione della Patria è la forma che assume la lotta di classe nelle nazioni coloniali.

Cheek sostiene che l’utilizzo del maoismo come forma di “nazionalismo” o se vogliamo seguire veramente Mao, di patriottismo, si basa su una parte cospicua degli scritti di Mao ed è accettata ampiamente dal popolo cinese ma, sostiene Cheek, è un’arma a doppio taglio: “Negli ultimi dieci anni, il PCC ha dedicato altrettanto tempo a cercare di reprimere il nazionalismo e la xenofobia popolare, in particolare contro gli Stati Uniti e il Giappone, di quanto ne ha impiegato nel tentativo di promuovere il patriottismo cinese”(Cheek 2007, 43).

L’attenzione dei sinologi o di chi si interessa professionalmente della Cina è piuttosto divisa su questo punto tra chi prospetta l’utilizzo del nazionalismo come elemento di sostituzione al posto del comunismo ormai dato per morto e chi sostiene che il nazionalismo metterebbe in difficoltà la dirigenza cinese nella sua apertura verso l’esterno. Il primo approccio lo si può vedere evidenziato in un questo articolo del corrispondente della “Stampa” secondo cui la Cina sogna l’America diventando nazionalista e antiamericana. Scrive il corrispondente da Pechino: “Il nazionalismo è sempre più importante in Cina. Il comunismo infatti è stato messo in naftalina, se non del tutto sepolto”. Nella Cina che sogna di diventare l’America ci sarebbe bisogno di una nuova ideologia nazionalista che tenga assieme più di un miliardo di persone distraendole dai problemi interni cosicché: “il regime sfrutta ogni pretesto per inasprire la dittatura, disattendere le regole del commercio internazionale, e anche suscitare crisi esterne, in modo da distrarre l’attenzione dai problemi domestici e coprire con il vessillo del nazionalismo un partito rimasto nudo dopo aver perso il manto socialista” (Ferraro 1996). Oddio molte di queste cose si adatterebbero meglio agli USA che alla Cina, in particolare l'uso delle crisi esterne.

Il secondo approccio sta nel considerare il nazionalismo una potenziale minaccia per lo stesso PCC in quanto scarsamente controllabile perché si manifesta sotto forma di patriottismo. Infatti frequentemente prende le vesti della protesta contro le “offese americane alla dignità nazionale (cortese­mente offerte dalle amministrazioni che si succedono a Washington) o contro la sorprendente riluttanza del Giappone a prendere sul serio il risentimento dei cinesi per la Guerra sino-giapponese diventano una via sicura per scendere a contestare in strada. Il nazionalismo in Cina può pertanto dare un'ottima immagine al PCC e al governo, oppure le­gittimare manifestazioni pubbliche molto difficili da controllare perché si presentano come patriottiche" (Cheek 2007, pp. 43-44). 

La schizofrenia dell’atteggiamento occidentale sta nel guardare al “nazionalismo” cinese come un’ideologia che avrebbe sostituito il comunismo nella politica dell’attuale dirigenza e allo stesso tempo come qualcosa che i dirigenti comunisti non si augurano. Cheek parla soprattutto dell’utilizzo dei forum in internet per denunciare le offese alla dignità nazionale da parte di americani e giapponesi. Si dice che i governi cinesi hanno sempre utilizzato questo risentimento per distrarre l’opinione pubblica, ma il nazionalismo popolare potrebbe coinvolgere nella condanna proprio la linea morbida degli attuali leader (Cheek 2007, pp.140-141). Insomma il nazionalismo lungi dall’essere filogovernativo avrebbe connotati potenzialmente sovversivi. Tutto questo è ben lontano dall’essere l’ideologia ufficiale del partito. Cheek sottolinea che anche gli intellettuali più brillanti arrivano ad eccessi che egli definisce “estremismo morale maoista” non appena si tocca il tasto dell’offesa alla dignità nazionale.
Gli osservatori occidentali che seguono i rapporti della Cina con gli Stati Uniti o con il Giappone ben sanno con quale velocità nelle questioni diplomatiche - dal bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado per mano delle forze nato nel 1999 alla ripresa, nel 2005, della querelle con il Giappone sui manuali di storia - si giunga a eccessi retorici. Ciò non è il risultato di una manipolazione propagandistica operata dal PCC, ma di un sentimento profondo molto diffuso tra la gente comune. Come ha mostrato Suisheng Zhao, questo nazionalismo popolare mina gli sforzi del Partito, tesi a promuoverne una versione statale più controllabile (Cheek 2007, p.49).
Lo stato nazionale ha in Cina una lunga storia e se vogliamo lo stato nazionale nasce prima in Asia che non in Europa: “Uno dei grandi miti delle scienze sociali occidentali è quello che vede nella nascita degli stati nazionali e nella loro organiz­zazione in un sistema interstatale, due invenzioni europee”. Nella realtà contrariamente a ciò che è avvenuto in Africa o in America latina molti entità statali erano già stati nazionali in Giappone, Corea, Cina, Vietnam, Laos, Thailandia ecc. quando in Europa non esisteva nulla del genere. “Inoltre, essi erano stati tutti collegati fra loro, o direttamente o per il tramite della Cina, dai commerci e dalla diplomazia ed erano tenuti insieme da una condivisa com­prensione dei principi, delle norme e delle regole che informa­vano le loro reciproche relazioni facendone un ‘mondo’ fra altri ‘mondi’. Come hanno mostrato studiosi giapponesi che si sono occupati della ricostruzione della rete di commerci tributari che si diramava dalla Cina, quel sistema era sufficientemente simile a quello interstatale europeo da rendere analiticamente fruttuo­so il loro studio comparato" (Arrighi 2008, p.350).

La tradizione del patriottismo è comunque molto ben radicata già in Mao che scrive:
Un comunista, che è internazionalista, può essere nello stesso tempo un patriota? Noi pensiamo che non soltanto può, ma deve esserlo. Soltanto le condizioni storiche determinano il contenuto concreto del patriottismo. Esiste il nostro patriottismo ed esiste il "patriottismo" degli aggressori giapponesi e quello di Hitler, al quale i comunisti devono opporsi risolutamente. [...] Noi siamo contemporaneamente internazionalisti e patrioti e la nostra parola d'ordine è di lottare per la difesa della patria contro l'invasore. Per noi, il disfattismo è un delitto, e la lotta per la vittoria nella guerra di resistenza è un dovere a cui non possiamo sottrarci. Poiché soltanto la lotta per la difesa della patria consente di vincere gli aggressori e di liberare la nazione. Soltanto questa liberazione rende possibile l'emancipazione del proletariato e di tutto il popolo lavoratore. La vittoria della Cina sui suoi aggressori imperialisti sarà un aiuto per i popoli degli altri paesi. Nella guerra di liberazione nazionale, il patriottismo è quindi un'applicazione dell'internazionalismo (Mao Tse-Tung 1938, 196).
Zhou Enlai nel 1919, leader del 
Movimento del 4 maggio a Tianjin

Ancora Mao, nel 1958, afferma: "Le verità universali del marxismo devono essere integrate con le condizioni concrete dei diversi paesi e c’è unità tra internazionalismo e patriottismo". L’universalismo ovvero l’internazionalismo astratto, che Gramsci rimprovera a Trotsky, non sembra aver mai messo piede nell’ambito del comunismo cinese. La lotta nazionale è in ultima analisi una lotta di classe. Per la verità non deve sorprendere che i comunisti abbiano a che vedere con il patriottismo. Del resto il Partito Comunista Cinese ha sempre riconosciuto nel Movimento della sinistra nazionalista del 4 maggio 1919, di Zhou Enlai fu uno del leader, il simbolo del progresso nazionale cinese e l'antecedente della formazione del Partito Comunista perché molti di coloro che vi parteciparono diedero vita al PCC nel 1921.

I moti studenteschi del 1919 erano nati a Beida e di lì si erano presto estesi a tutte le città dove vi erano circoli intellettuali attivi. La protesta era stata frutto, dello spirito nazionalista da sempre presente nella società cinese che, in quell'occasione, venne pesantemente umiliato dai partecipanti alla conferenza di pace di Versailles. I giovani di Beida si sentirono offesi dai grandi riuniti nell'ex reggia imperiale francese perché alla Germania, che aveva perso la prima guerra mondiale, il trattato di Versailles imponeva dure condizioni di pace in Europa, ma non la privava assolutamen­te della concessione territoriale che, al pari di altre nazioni occidentali, aveva in Cina (Pecora 1989, p.36).

Il PCC è stato da sempre, se si esclude la stagione della Rivoluzione Culturale, un partito includente e favorevole a larghe alleanze. Fiore ci racconta la storia di un warlord: "Zhangjiakou è ricordata nella storia dell'ultima guerra civile, essendo la base operativa di Fu Zheyi, il signore del­la guerra del Nord-Est sconfitto dalle truppe del marescial­lo Lin Biao in una celebre operazione di assedio del suo cor­po d'armata nella gola di Xin Baoan, la prima località di difesa naturale contro le invasioni mongole da Nord. Fu Zheyi è lo stesso warlord che negoziò con Mao la resa di Pe­chino dichiarata "città aperta". Fu premiato dal governo della Repubblica Popolare con l'incarico di ministro delle Acque e dell'Energia, che mantenne fino alla sua morte nel 1974, rispettato anche dalle Guardie Rosse. È in ricordo dell'assedio di Lin Biao che Zhangjiakou, dopo la libera­zione, è stata ed è tuttora sede di un corpo d'armata del­l'Esercito Popolare di Liberazione" (Fiore 1989, p. 60).

Il PCC lanciò sin dall'inizio della sua storia una alleanza con il Kuomintang di Sun Yatsen. Nel 1924, il I Congresso del Kuomintang, elegge Mao membro sup­plente del Comitato Centrale Esecutivo. Nel 1925 come segretario della Commissione propaganda del CCE, partecipò al II Congresso del KMT, assumendo la direzione del periodico ufficiale del partito di Sun Yatsen. Nello stesso anno Mao comincia il lavoro di agitazione tra i contadi­ni nell'ambito dell'azione del PCC all'interno del Kuomintang che per le pressioni di Mao crea l'«Istituto per l'educazione del movimento contadino» e la famosa inchiesta maoista "Rapporto su un'inchiesta nel movimento contadino dello Hunan" del 1927, nasce in questo ambito. Mao diviene proprio in quell'anno presidente delle Federazioni Nazio­nali provvisorie delle Associazioni Contadine, all'interno del Kuomintang. Fino al 1927 il PCC aveva suoi ministri nel governo cinese. Questa politica di unione con le altre forze patriottiche non fu mai abbandonata dal PCC e permise a un piccolo partito di diventare la maggiore forza del paese. Secondo i comunisti cinesi, Mao in testa, il programma di rinascita nazionale di Sun Yatsen del 1924 era sostanzialmente simile a quello del PCC e lo scopo del partito poteva riassumersi nella parola d'ordine «La nuova democrazia per il presente, il socialismo per il futuro». L'alleanza con il Kuomintang interrotta da Chiang Kaishek alla fine degli anni venti ritornerà con il Fronte unito antigiappone­se comportando l'ulteriore rafforzamento dei comunisti. Secondo Mao nel periodo stori­co apertosi con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d'Ottobre, le rivoluzioni nazionali e la lotta di liberazione dei popoli oppressi davano vita a rivoluzioni di nuovo tipo.
Commemorazione di Sun Yatsen che combinò 
il patriottismo con elementi di socialismo
Il patriottismo e la questione nazionale sono stati la vera cifra del movimento comunista nel XX secolo. Il movimento comunista era nato per combattere la borghesia del proprio paese ma si è dovuto subito scontrare con l'imperialismo e il colonialismo e in seguito con l'aggressione fascista. Questo ha fatto sì che la stessa borghesia nazionale in quanto portatrice di interessi divergenti dalla borghesia imperialista sia diventata un possibile alleato. La parola d'ordine del patriottismo rivoluzionario fu lanciata già durante la guerra civile da Lenin per far fronte all'aggressione di 14 paesi stranieri che avevano installato le proprie truppe in Unione Sovietica [1]. Bisogna ricordarsi che verso la fine della guerra civile l'URSS fu addirittura invasa dalla Polonia e che il Giappone se ne andò dalla Siberia solo nel 1926 e che dal 32 al 39 aggredì per ben tre volte volte l'URSS. Il patriottismo d'altra parte fu una creazione della sinistra rivoluzionaria ai tempi della Rivoluzione Francese e appartiene al patrimonio genetico dei rivoluzionari. Non è un caso che nell'Enciclopedia Italiana del periodo fascista non ci sia il lemma Patria sostituito da Nazione basata su razza, stirpe e sangue. E' facile capire il perché dato che il patriottismo giacobino rimanda a valori civili e sociali e allo stato di cittadinanza. Per i giacobini era patriota il comunista Buonarroti (che era italiano) ma non l'aristocratico francese in esilio.

Losurdo sostiene giustamente che in Marx è presente una teoria generale del conflitto sociale. Anche le lotte interne alla borghesia fanno parte della lotta di classe. Ad esempio la lotta per la liberazione nazionale e lotta per l’indipendenza economica possono opporre una borghesia nazionale alla borghesia imperialista. Il conflitto sociale non è solo tra operai e capitalisti. La Comune di Parigi imputava alla classe dominante non solo lo sfruttamento dei lavoratori ma anche il non essere in grado di resistere all’aggressione tedesca. La Comune non è solo un momento epico della lotta di classe ma vi è presente un intreccio tra questione nazionale e lotta di classe.

Il motore del comunismo come movimento reale è la lotta di classe. In Miseria della filosofia, si parla di classe contro classe, ma già in Lavoro salariato e capitale ci si sofferma sulle basi economiche delle attuali lotte di classe e nazionali. Le lotte nazionali sono riconducibili alla categoria delle lotte di classe. Le rivoluzioni del 1848 e la restaurazione austriaca e zarista sono per Marx un aspetto delle lotte di classe. Già dai primi scritti Marx parla anche di sfruttamento di una determinata nazione. Nel discorso sul libero scambio sostiene che coloro che non sono in grado di capire come un paese può arricchirsi a spese di un altro non saranno in grado di capire come una classe può arricchirsi a spese di un’altra. Ad esempio la nazione irlandese nel suo complesso è protagonista della lotta contro aristocratici e borghesi inglesi. La questione nazionale in Irlanda è la forma concreta in cui si manifesta la questione sociale e dunque la lotta di classe, a causa della terra espropriata dagli inglesi. Nel Manifesto la donna è descritta schiava del marito, il patriarcato è la prima forma di oppressione di classe. Anche nella lotta di genere è una forma specifica di lotta di classe. Il conflitto sociale da un punto di vista storico è il conflitto tra oppressori e oppressi. La nobiltà polacca è rivoluzionaria nella misura in cui partecipa alla lotta di liberazione nazionale e alla rivoluzione democratica agraria con spirito di sacrifico senza precedenti. Il proletariato dal momento che si identifica con la nazione che opprime è oppressore lui stesso. La donna è oppressa tre volte come proletaria, come donna come membro di nazione oppressa ma anche lei opprime. I movimenti sociali epocali dell’800 sono secondo Marx la lotta per la riduzione della giornata di lavoro e significativamente la Guerra di Secessione americana. La Guerra di Secessione fa si che la borghesia inglese si schieri con il sud. Sebbene Lincoln dichiari che la guerra è solo per salvare l’unione in realtà la costituzione del sud celebra la schiavitù come fondamento della libertà. All’inizio è rivoluzione dall’alto che diventa poi rivoluzione abolizionista. Gli schiavi fuggono e si uniscono alle truppe del nord. Per Gramsci i bolscevichi sono una aristocrazia di statisti, Lenin è il maggior statista europeo perché ha salvato la nazione. Lenin scrive in Estremismo malattia infantile del comunismo che la rivoluzione presuppone la crisi di tutta la nazione: proletariato e borghesia. Gli "idealisti" del tutto o niente come Simone Weil, liquidano la Guerra Civile in Spagna come guerra tra nazioni invece che lotta di classe del proletariato; Brouè scrive che Trotsky prevede che la IV Internazionale sarà alla guida della rivoluzione proletaria proprio mentre si accinge ad ignorare la guerra di liberazione dal nazismo come se la guerra mondiale non fosse essa stessa una grande lotta di classe. Del Carria appoggia come rivoluzionaria la resistenza alla leva dei contadini di Ragusa mentre è in atto la più decisiva lotta di classe del '900: la guerra di liberazione dal nazismo. Marx ad esempio si schiera con Lincoln che lancia la coscrizione obbligatoria e contro gli irlandesi che insorgono per non andare ad aiutare i “fottuti negri” mentre il presidente invia un corpo d’armata per reprimerli. Per Marx la storia della lotta di classe passa principalmente attraverso la macrostoria essoterica (Guerra mondiale, Guerra civile americana) che non attraverso la Microstoria esoterica (contadini di Ragusa, ribellione dei renitenti irlandesi). Questa è l'analisi che Losurdo fa nel suo libro sulla lotta di classe. Dice ancora Losurdo:
Nel libro, ad esempio, io critico Zizek perché contrappone la lotta anti-capitalista alla lotta anti-imperialista e perché denuncia una certa sinistra che, a suo parere, invece di concentrarsi solamente sulla prima forma di lotta perde tempo, in qualche modo, anche con la seconda. Anche in questo caso, secondo me, vediamo un’incomprensione sia della teoria di Marx che del mondo contemporaneo. Incomprensione di Marx perché basta dare uno sguardo alle opere complete di Marx ed Engels per accorgersi dell’ampio spazio dedicato alla lotta di emancipazione del popolo irlandese, del popolo polacco (per non parlare, poi, dei popoli coloniali). Ma, come ho detto, c’è anche un’incomprensione della situazione della società del nostro tempo. Già Mao negli anni trenta in Cina parlava di “identità di lotta di classe e di lotta nazionale”. Una formulazione questa, a mio parere, molto felice: nel momento in cui l’imperialismo giapponese, invadendo la Cina, cercava di schiavizzare non una singola classe della società cinese, ma il popolo cinese nel suo complesso, è evidente che la lotta di classe passava attraverso la lotta di emancipazione nazionale. Questo lo aveva spiegato già Marx in una lunga lettera a proposito della situazione irlandese del suo tempo. Dinanzi all’espropriazione sistematica dei contadini irlandesi e della loro deportazione e decimazione ad opera dei coloni inglesi, in quel caso dice Marx la questione sociale si presenta come questione nazionale, e cioè la lotta di classe si presenta come lotta nazionale. E, se noi esaminiamo il novecento, vediamo come questo secolo sia stato caratterizzato da alcune gigantesche lotte di classe presentatesi come lotte nazionali. Se un esempio può essere rappresentato dalla già citata resistenza del popolo cinese all’invasione giapponese, l’altro grande esempio clamoroso è evidentemente Stalingrado. Se noi leggiamo Hitler o, ancor meglio, i Discorsi Segreti di Himmler ci rendiamo delle pretese colonialiste del Terzo Reich. In questi scritti, infatti, è apertamente ammesso il bisogno di schiavi. Alla luce di questo è possibile riconoscere nell’espansione a Est del Terzo Reich un tentativo di riprendere e radicalizzare la tradizione coloniale fino al punto da reintrodurre sostanzialmente la schiavitù a danno delle razze inferiori, destinate per un verso ad essere decimate in modo da lasciare spazio alla germanizzazione del territorio in Europa Orientale e per un altro verso i sopravvissuti dovevano lavorare a guisa di schiavi neri al servizio della razza dei signori. Non riesco, perciò, a capire che logica è questa per cui un conflitto in fabbrica per ottenere un aumento salariale è considerato lotta di classe (ed è giusto oltre che sacrosanto) e la lotta di un intero popolo per evitare il destino di schiavitù a cui l’ha condannato la razza dei signori non lo sarebbe. Mi pare, insomma, che ci sia un duplice errore: una mancata comprensione sia del testo di Marx, sia della realtà storica e sociale. Semmai ci si deve chiedere in che modo oggi si manifesta questa lotta di classe gigantesca che è stata la lotta anti-colonialista.(Losurdo 2013b)
Cavaliere dell'Armata a Cavallo di Budënnyj 
con la caratteristica budënovka
L’evento principale degli inizi del nuovo secolo è Genova 2001 oppure l’adesione della Cina al FMI e al WTO? Si potrebbe discutere se l’aspetto principale del conflitto sociale oggi non sia quello tra il mondo arretrato e quello avanzato per ridurre il ritardo tecnologico. Franz Fanon dice alla rivoluzione politica segue quella economica altrimenti l'indipendenza è priva di significato. Queste sono le considerazioni che giustamente fa Losurdo sul problema del patriottismo e della questione nazionale e coloniale. Ma è in ottima compagnia dei classici del marxismo (Losurdo 2013).

Il nichilismo nazionale non sembra sia così attestato nel pensiero marxista come si suppone. Lenin nel 1916 osserva che se la guerra imperialista fosse finita "con vittorie di tipo napoleonico e con la soggezione di tutta una serie di Stati nazionali capaci di vita autonoma [...], allora sarebbe possibile in Europa una grande guerra nazionale (Cit. in Losurdo 2002b). Addirittura l'Opposizione Operaia alla Pace di Brest fu fatta in nome del "patriottismo rosso"[2]. 

Lenin scrive, contro i comunisti di sinistra occidentali che ironizzano sulla ‘difesa della patria socialista’, che “riconoscere la difesa della patria significa riconoscere che una guerra è giusta o ingiusta. Noi siamo difensori della patria dal 25 ottobre del 1917. E’ precisamente per rinforzare il legame con il proletariato internazionale che noi siamo per la difesa della patria socialista. La guerra per difendere il socialismo è legittima e ‘sacra’” (Lenin 1918). Per non parlare di Trotsky che scrive : "Allorquando il potere è nelle mani dei lavoratori, il patriottismo diviene un dovere rivoluzionario" (Trotsky 1928).
I "tre Bugatyr" dal cui copricapo deriva la budënovka 
Già durante la guerra civile la budënovka diventa il tratto distintivo dell'Armata Rossa e in particolare della Prima Armata di Cavalleria di Budënnyj, Voroschilov e Stalin. La budënovka (da Budënnyj) si rifà al tradizionale copricapo dei bogatyr (originariamente bogatyrka) i leggendari combattenti della tradizione slava. L'immagine è quella dei "bogatyr rossi" che combattono il sistema russo vecchio e corrotto e l'invasore straniero come aveva fatto il più grande tra i bogatyr Il'ja Muromec.

Ed è lo stesso Trotsky a parlare ancora negli anni '30, di un «nuovo patriottismo sovietico», un sentimento «certamente molto profondo, sincero e dinamico» (Trotsky 1972, p.156). Il patriottismo è stato fondamentale nella Grande Guerra Patriottica dell'URSS contro l'invasione nazista che voleva condurre una guerra di sterminio contro gli "slavo-mongoli", come nella guerra di liberazione della Cina dai giapponesi, dei Vietnamiti prima contro i giapponesi poi contro i francesi e infine contro gli americani. Come lo è stato nella Rivoluzione cubana. Chi pensa che la parola d'ordine “Patria o morte” di Castro e Guevara sia solo uno slogan non ha capito nulla di quella rivoluzione come non capirà il richiamo di Chavez a Bolivar e nemmeno il perché tutti indistintamente i Partiti Comunisti sudamericani si richiamino ad un tenace patriottismo. I comunisti italiani nella lotta patriottica della resistenza divennero il più forte Partito Comunista del mondo occidentale. Il braccio armato del PC erano infatti i GAP (Gruppi d'Azione Patriottica)[3]. Del resto dopo il fallimento della rivoluzione in Europa ciò che ebbe più successo fu l'appello del Komintern ai popoli coloniali per la liberazione nazionale.
Ho Chi Min come Mao si accostò al comunismo 
dopo avere abbracciato la lotta patriottica anticoloniale
Nel 1960 Ho Chi Minh spiega che “In principio a spingermi a credere in Lenin e nella Terza Internazionale era stato il patriottismo, non il comunismo”. Le tesi di Lenin sulla questione nazionale e coloniale, afferma il rivoluzionario vietnamita, provocarono su di lui una forte emozione tanto da scoppiare in lacrime dalla gioia. Nel suo testamento Ho ribadisce di avere servito tutta la vita la patria, la rivoluzione e il popolo (Losurdo 2008).

Dunque non deve stupire il forte patriottismo dei cinesi e del PCC. La Cina era il paese dove nelle legazioni straniere era vietato l'ingresso ai cani e ai cinesi. E questo feriva e umiliava la loro dignità. La stessa cosa avviene adesso. Basta vedere le manifestazioni anti-americane dopo il bombardamento dell'Ambasciata a Belgrado, le manifestazioni di giubilo dopo l'abbattimento dell'aereo spia americano e le violente (queste sì) manifestazioni antigiapponesi contro il revisionismo della strage di Nanchino. 

L'alleanza con la borghesia nazionale i comunisti l'hanno sempre teorizzata almeno dai Fronti Popolari in poi ma in realtà si potrebbe risalire ancora prima [4]. Nei fronti popolari i comunisti figurano come i più conseguenti antifascisti, in grado di esercitare un ruolo egemonico e di coniuga­re felicemente i concetti di classe e di na­zione (Hobsbawm 1981). I Fronti Popolari indicavano il passaggio del comunismo dal settarismo alla maturità, infatti "se il fascismo rappresentava l'autentico fattore di guerra, allora non tutti gli stati imperialistici avevano la medesima condotta e responsabilità; se il fascismo poteva essere battuto, allora la guerra non era inevitabile. Sul piano dell'azione politica, la scelta antifascista richiedeva so­prattutto di perseguire un principio unitario con le forze del movimento operaio e persi­no con quelle della «democrazia borghese», che rischiava di oscurare gli stessi caratteri originari del movimento comunista: la sua natura elitaria e settaria, forgiata nella temperie della rivoluzione in Russia e della controrivoluzione in Europa, non era più adeguata ai tempi e poteva essere vista come una fase ormai esaurita."(Pons 2006).

Bisogna ricordarsi che i comunisti dove sono diventati una realtà nazionale importante e non una semplice testimonianza hanno dato un forte risalto alle alleanze per completare la loro rivoluzione di liberazione nazionale. In Cina infatti la rivoluzione nella sua fase diciamo eroica ebbe un contenuto principalmente anticoloniale e antifeudale. Il colonialismo portò con se l’amputazione di vasti territori cinesi che ancora con la rivoluzione del 1911 i patrioti cinesi pensano di recuperare. Solo la neonata Russia Sovietica si disse disposta a restituire questi territori strappati all’epoca dello zarismo.
Ma non è possibile ricacciare indietro un processo storico ormai di lunga durata: se ne rendono conto i bolscevichi e ne sono consapevoli i dirigenti del Partito Comunista Cinese. Si tratta, allora, di porre fine una volta per sempre allo smembramento del territorio nazionale. Pur disuguali, vengono riconosciuti i trattati sottoscritti sotto la minaccia delle cannoniere e degli eserciti di invasione; epperò non può più essere tollerata l’amputazione di territori che, in base a quegli stessi trattati, sono parte integrante della Cina. S’impone il recupero di Taiwan. E’ una politica caratterizzata sì da fermezza ma, al tempo stesso, da moderazione. Può essere significativo un confronto: nel 1961, i dirigenti indiani si affrettano a recuperare con la forza delle armi Goa, in quel momento ancora colonia portoghese; i dirigenti cinesi, invece, attendono pazientemente che scada il "contratto di affitto" per Honk Kong e Macao (Losurdo 2002a)
Nel 1996 appare il libro La Cina può dire no[5] scritto da un gruppo di intellettuali coordinato da Song Qiang, e comprendete Zhang Zangzang, Zhang Xiaobo, Tang Zhengyu, Qiao Bian e Gu Qingsheng. La sorpresa è che tutti gli autori sono ex “dissidenti” nei confronti del Governo cinese; almeno due avevano partecipato alla protesta di piazza Tienanmen. Un altro era stato condannato per le sue attività “pro-democrazia” poi rilasciato dopo tre anni. Il libro è estremamente critico nei confronto del fisico Fang Lizhi e dello scrittore Liu Binyan che avevano capeggiato il movimento filo-occidentale pro-democrazia. Gli autori criticano la politica estera americana e in particolare il sostegno a Taiwan e l’individualismo americano. La Cina per gli autori del saggio è il capro espiatorio dei problemi americani ed essi sostengono Fidel Castro per la sua opposizione agli USA. Il libro se la prende anche con il Giappone che viene accusato di essere uno stato cliente degli USA, e si pronuncia contro una sua eventuale entrata nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sostenendo la richiesta di riparazioni di guerra alla Cina da parte del Giappone.

Secondo gli autori l’America, specialmente dopo avere adottato la strategia di contenimento nei confronti della Cina avrebbe lavorato contro l’entrata nel WTO della Cina e contro l’assegnazione alla Cina delle Olimpiadi del 2000. Gli americani capeggiano una lobby anticinese di cui fa parte anche il Giappone.

Il libro, modellato su The Japan That Can Say No, un libro di successo in Giappone 20 anni prima, sostiene che molti cinesi della quarta generazione hanno abbracciato i valori occidentali molto fortemente negli anni ’80 svalutando la loro eredità e retroterra culturale. La colpa è di Hollywood che ha dato vita ad un’invasione culturale per minare i valori delle altre culture e promuovere la pornografia, la violenza e l’individualismo: le tre armi che l’Occidente usa per piegare la forza interiore delle culture che non intendono sottomettersi. 

Alla domanda se il pubblico cinese sia d’accordo con le sue considerazioni Song Qiang risponde: “Molti pensano che avrei dovuto intitolarlo in maniera diversa: non La Cina può dire No! La Cina deve dire No!”(Cammelli 2008).
La Cina può dire No! Si confermò anche un eccezionale successo commerciale. Sebbene sia valutato in 800.000 copie vendute, in poche ore, soprattutto tra la popolazione dei campus universitari cinesi, in realtà il testo venne reso disponibile sul WEB e scaricato in centinaia di miglia e forse milioni di copie. Addirittura questo libro divenne un vero genere letterario a cui concorsero varie persone in genere studenti finché gli autori del testo originario ne produssero un secondo che ebbe eguale fortuna La Cina può ancora dire No (Cammelli 2008).

Che Guevara è legato indissolubilmente al 
"patria o muerte" della rivoluzione cubana
Questo libro rappresenta il definitivo turning point rispetto alla Cina di Tienanmen. Gli autori descrivono il disincanto dei cinesi per l’Occidente che parte dal 1990. Ciò che sorprende che questo viene non dalle naturale diffidenza dei contadini che non hanno mai incontrato un occidentale ma da persone che hanno studiato in Occidente. Un giornalista del China Daily Qian Ning spiega in un suo libro come l’ostilità verso l’Occidente da parte degli intellettuali fosse direttamente proporzionale alla loro conoscenza dell’inglese: “più furono in grado di leggere e avvicinare la cultura occidentale più si sentirono respinti verso una scelta di solidale e cinese nazionalismo" (Cammelli 2008).

Sandro Viola per Repubblica intervistava uno degli autori del saggio nel 1997:
"Per prima cosa - dice lo scrittore - vorrei capire perché il mio libro abbia tanto impressionato la stampa occidentale, sollevando critiche così negative. Singapore e la Corea del Sud non sono forse paesi di forte nazionalismo, dove l' idea nazionale ha contribuito al loro sviluppo, alla loro maturità? E allora perché in Cina non dovrebbe esserci posto per il patriottismo? Se l'americano Samuel Huntington, nel suo famoso saggio di due anni fa, poteva parlare d' un possibile scontro tra le culture, tra le diverse civiltà, perché io non dovrei descrivere le frizioni che si stanno creando tra il modello occidentale e l' identità cinese?...". "Nel mio libro - prosegue il giovane Zhang - non ci sono appelli xenofobi. C' è soltanto una riflessione sulle differenze tra Cina e Occidente, un invito a salvaguardare le peculiarità della nostra tradizione. Che si guardi al mondo occidentale per assimilarne le tecnologie, i metodi manageriali, è comprensibile. Mentre è sbagliato, come successe nel giugno '89, con la rivolta studentesca di Tienanmen, volerne copiare interamente i modelli. La nostra cultura resta confuciana, basata sul rispetto delle gerarchie e dell'autorità. Queste radici non possono essere liquidate. Ecco quindi la necessità di dire no, di rifiutarsi all'omogeneizzazione con culture diverse dalla nostra. I tempi della Cina umiliata, spartita tra influenze e occupazioni straniere, sono finiti" (Viola 1997).
Viola è sufficientemente sicuro che il Partito Comunista ha abbandonato quel ferro vecchio che si chiama comunismo per adottare il nazionalismo:
Ci vuol poco a capire che questo scrittore di successo, assertore convinto del principio d'autorità, così critico dei moti democratici finiti nel massacro di Tienanmen, non parla per sé solo. Ha parlato col suo libro, l'anno scorso, a nome del regime. Rendendo chiaro che il regime cinese - incerto com'è sul suo futuro, sapendo che presto o tardi dovrà liberarsi completamente della bardatura comunista - tiene di riserva la carta del nazionalismo. 'La Cina può dire di no' smette così d'essere il titolo d'un libello autorizzato dall'alto, e diventa l'accenno, il profilo d'una politica per gli anni a venire (Viola 1997)
Dunque più l’Occidente isolava la Cina moralmente, a seguito dei fatti di Tienanmen, più i cinesi si stringevano attorno all’onore nazionale, più la Cina otteneva successi economici e sociali più i cinesi andavano orgogliosi di questo e aspiravano a diventare un paese rispettato universalmente, più l’atteggiamento occidentale appariva irrispettoso, più sotto le ceneri covava lo spirito di rivalsa. Sebbene obbiettivo dell’ostracismo fosse il governo cinese era in realtà proprio questo governo a moderare l’ostilità dei cinesi nei confronti dell’Occidente. Una cosa curiosa è che tra coloro che scrissero La Cina può dire No!, ma in generale tra i promotori delle manifestazioni più violentemente anti-occidentali troviamo molti studenti che si sono formati all’estero in America o in Europa. Insomma: “Il contributo più importante nella nuova corrente di nazionalismo cinese degli anni ’90 provenne da persone che al di à del proprio percorso intellettuale, avevano sperimentato in prima persona la distanza esistente tra Occidente e Cina" (Cammelli 2008).

Ma ecco che si estraeva dalla manica, come un asso pigliatutto, la nuova ipotesi ad hoc: i cinesi non possono odiare l’Occidente che è la civiltà vincente. La superiorità dell’Occidente proprio dopo la vittoria nello scontro finale con la Russia diventa granitica. Tutte le altre civiltà che siano l’Islam o la Cina sono residuali. La masse aspirano naturalmente alla civiltà occidentale. Se questo è vero è allora il governo che sobilla il nazionalismo sostituito all'ormai moribondo comunismo. Scrive Cammelli; “In una sorta di meccanismo perfetto, auto-referenziato e inossidabile, si passò dal partito che muore alla repressione di stato, dalla repressione di stato alla mobilitazione nazionalistica di stato, dalla mobilitazione nazionalistica di stato alle sommosse antioccidentali organizzate dallo stato” (Cammelli 2008).

Dunque un partito morente che riesce a mobilitare le masse. Cammelli obietta che se il nazionalismo fosse stata l’ideologia ufficiale del partito la stampa cinese avrebbe fatto ampi reportage sugli slogan anti-imperialisti e nazionalisti. Invece sottolinea Cammelli niente di tutto questo. Semmai allora la Cina sembrava un immenso cantiere : “gli orologi con il conto alla rovescia dei minuti che mancavano alla liberazione di Hong Kong intesa come una compensazione, gesto di rivincita e di compensazione storica” (Cammelli 2008).

Ebbene in un paese di 56 gruppi etnici e lingue incomunicanti le une con le altre, cinque religioni, il “nazionalismo” è più facilmente confondibile con il patriottismo. Semmai l’insieme dei popoli della Cina ha “un odio antico contro l’occidente. Che compare non appena si aprono le porte della conoscenza e si comunica con loro. Non c’è nazionalismo se non come odio verso lo straniero. E tanto più la Coca Cola apre nuovi negozi e il McDonald’s vende più hamburger tanto più questo sentimento cresce fino a diventare un rumore sordo, muto: ma assordante" (Cammelli 2008). 

Alcuni studiosi hanno avvicinato il nazionalismo cinese al modello bolivarista latino-americano di Chavez[5]. E’ un marxista sudamericano a stabilire un rapporto diretto tra Mao e Simon Bolivar. Il forte sentimento di identità e orgoglio nazionale ovvero il patriottismo media il rapporto tra il PCC e il popolo cinese “Mao Tse-tung è per i cinesi quello che Simon Bolivar è per i latino-americani” (Jabbour 2007) ossia un libertador conclude Jabbour.

Proteste contro la Francia per le dichiarazioni anticinesi di Sarkozy 

Non mancano però coloro che ne sottolineano le differenze. Nel corso di secoli e millenni i cinesi hanno elaborato un insieme di valori condivisi che li porta ad identificarsi nella famiglia e questa con la comunità. La forza interiore della famiglia e della comunità deve esprimersi politicamente in un’organizzazione sociale idonea a trasformare questa forza in risultati concreti. Il successo crescente e il prestigio del Partito comunista è la sua capacità di dare uno sbocco a questo idem sentire de re publica. “A differenza dell'Europa, dove esso rappresenta una sorta di divorzio tra la cosiddetta società politica e società civile in Cina, le differenze sono esplicitamente eliminate dalla pratica del popolo. C'è un concetto prevalente che i dirigenti e i diretti siano gli stessi. E’ l'eredità di Mao Tse Tung. I valori che poggiano sulla famiglia e sull'organizzazione politica che hanno i cinesi, si conclude con il disegno che hanno della nazione. Questo concetto è visto in modo diverso dai cinesi da come è interpretato in America Latina, che riceve l'eredità dell'Europa. La Nazione è il progetto di un popolo, con obiettivi chiari e definiti. Si differenzia dalla visione che si ha a queste latitudini (Sud-America), dove la nazione è percepita come un'imposizione su uno o più popoli" (Gandásegui 2005).

Questo “nazionalismo” popolare non è altro che il credo che la Cina sia stata una grande civiltà e che questa debba risorgere. In altre parole un sogno che coincide con il patriottismo ovvero il sogno legittimo di fare della Cina un paese ricco e forte: “Tale ideologia deve la sua efficacia al fatto di essere abbastanza coerente da produrre una certa unità di identità e una certa fedeltà a un centro e, allo stesso tempo, sufficientemente flessibile da riuscire a conciliare immagini convincenti desunte da esperienze diverse" (Cheek 2007, 139)

I cinesi a differenza dei russi che hanno un immenso complesso di inferiorità, sono padroni di se stessi sostenuti da una antica civiltà, una cultura ricca dalla quale sono emerse filosofie di grande civiltà, tolleranti e progressiste. A differenza del contadino russo (storicamente un servo), il contadino cinese è libero di almeno 3000 anni e la sua storia è caratterizzata da rivolte che hanno rovesciato delle dinastie (Jabbour 2007).

In realtà l’Occidente riserva il patriottismo per se e chiama quello degli altri “nazionalismo” che è una etichetta imposta ai cinesi. Li Xiguang autore di un libro sulla demonizzazione della Cina da arte dell’Occidente, ritiene che il nazionalismo fosse più forte al tempo della Guerra e ai tempi di Mao mentre gli attuali dirigenti sono molto più attenti alla globalizzazione: “Nazionalismo è una etichetta imposta al popolo cinese. Se voi confrontate la tendenza nazionalista tra i cinesi e quella americana nell’invasione dell’Irak, quale delle due e più caratteristica? L’atteggiamento dei cinesi verso il Giappone può essere paragonato con l’atteggiamento degli ebrei verso i nazisti" (Li Xiguang 2005).

Lo sinologo Orville Shell, è all'interno di questa logica. Ovvero solo il nostro patriottismo è un'idea nobile:
Prendiamo per esempio quello che in Cina è il concetto di «patriot­tismo»: in Occidente questo nobile ideale può comprendere l'opposi­zione leale o la dissidenza patriottica, ma in Cina il patriottismo, aiguo zhuyi, letteralmente «la dottrina dell'amore verso il proprio Paese», è un'idea molto ben delimitata. Sia la tradizione confuciana sia quella marxista-leninista, che esaltano l'ortodossia e il consenso e mal tollerano il dissenso, permeano la società cinese e qualsiasi azione che abbia il sapore di infedeltà verso il proprio capo o il pro­prio Paese non ha mai ricevuto l'investimento morale che renderebbe il dissenso comprensibile come spinta patriottica. In poche parole, i cinesi non sono così disposti a vedere di buon occhio quei concittadini che vogliono essere fedeli ad altro che non sia il capo, lo Stato o anche solo l'idea di appartenenza razziale, «l'essere cinese». Quindi, ancor oggi alle orecchie degli intellettuali cinesi la parola «dissidente» suona sgradevole, se non proprio disonorevole. Il concetto di patriottismo non solo si distingue da quello occiden­tale, ma anche da quello diffuso in Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est: qui infatti l'idea di «vivere nella verità», come disse Vàclav Havel, anche se comporta rendere pubblici documenti che alcuni potrebbero giudicare nocivi per la nazione e la razza, è ben radicata e onorata. Mentre lavoravamo a questo progetto con un cinese forte­mente legato dal senso di lealtà al suo Paese, abbiamo avuto la prova che quando si arriva alla pubblicazione di materiale riservato e all'opporsi personalmente allo Stato [Orville Shell in (Tienanmen Papers 2001, p. 539)].
Secondo Cheek il nazionalismo dell"ascesa della Cina è una “un'ideologia condivisa molto importante”(Cheek 2007, pp. 140-141). Losurdo fa notare che per Mao "c’è unità tra internazionalismo e patriottismo" ovvero la difesa della dignità della nazione è compatibile con la dignità delle altre nazioni mentre nell’imperialismo e nel colonialismo c’un popolo una razza dei signori mentre gli altri popoli sono destinati al servaggio (Losurdo 2002a). Ci sono differenze che è inutile sottolineare tra il nazionalismo espresso tra il centro e la periferia del mondo globalizzato. Spesso il nazionalismo dei popoli oppressi ha un valore liberatorio: "Semmai è inconciliabile con la dignità delle altre nazioni l’atteggiamento di chi si considera la nazione eletta. Bush, Clinton, Kissinger hanno variamente insistito sul ruolo dell’America come nazione prediletta da Dio e sulla leadership dei valori americani non dissimilmente da Hitler per cui non ci potevano essere due nazioni elette: “Noi siamo il popolo di Dio” (Losurdo 2002a)". 

Naturalmente le preoccupazioni sul “nazionalismo” cinese nascondono in gran parte dalla percezione occidentale della crescita dell’economia cinese e del crescente peso politico globale di quella nazione. Sebbene il decollo di nazioni come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti, l'industrializzazione, l'urbanizzazione e la modernizzazione, siano state guidate dall’economia e dalla tecnologia, un peso ha avuto la costruzione di un efficiente stato nazionale e il crescente senso nazionale. Queste nazioni spesso ignorano la loro storia: “Il senso di scopo unificato della nazione può notevolmente contribuire agli sforzi delle nazioni sottosviluppate di raggiungere i loro precursori - a partire dall’America di Alexander Hamilton fino alla Cina di Deng Xiaoping (Steinbock 2008)”.

[1] Del patriottismo rivoluzionario di Lenin se ne parla in Medvedev: Stalin sconosciuto.

Il segretario del PCI Palmiro Togliatti 
[3] Togliatti così si pronuncia sul patriottismo: “Assai spesso, i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia. Il comunismo non ha nulla di comune col cosmopolitismo. Lottando sotto la bandiera solidarietà internazionale dei lavoratori, i comunisti di ogni singolo paese, nella loro qualità di avanguardia delle masse lavoratrici, stanno solidamente sul terreno nazionale. Il comunismo non contrappone, ma accorda e unisce il patriottismo e l'internazionalismo proletario poiché l'uno e l'altro si fondano sul rispetto dei diritti, delle libertà, dell'indipendenza dei singoli popoli. E' ridicolo pensare che la classe operaia possa staccarsi, scindersi dalla nazione. La classe operaia moderna è il nerbo delle nazioni, non solo per il suo numero, ma per la sua funzione economica e politica”.Rinascita - Rassegna di politica e di cultura Italiana Direttore Palmiro Togliatti Anno II - NN. 7-8 Luglio-Agosto 1945
[4] A Bucharin (e non a Stalin come comunemente si pensa da cui fu comunque condivisa) si deve la prima for­mulazione della linea di «classe contro clas­se» (socialfascismo), intesa a rafforzare l'autonoma identità dei partiti comunisti come entità contrap­poste alla socialdemocrazia, attraverso l'imporsi di una visione manichea dello scontro sociale ispirata a una linea sempre più radi­cale e settaria. Questa linea portò all'isolamento i comunisti.
[4] I titoli dei capitoli del libro danno un’idea del suo contenuto: “Come ha potuto diffondersi la piaga della mentalità americana al capitolo Per noi è molto facile convertirci in schiavi, dopo di che ne siamo anche felici. Per non dimenticare, tra i tanti che è possibile citare, La diplomazia USA non è onesta e non ha senso di responsabilità, Bruciare Hollywood, Il risultato finale della lotta per i diritti umani è il consentire la perdita dei diritti umani, ecc.” (Cammelli 2008).
[5] Cheek infatti stabilisce una analogia con il Sudamerica: “La politica della 'società armoniosa' attualmente sostenuta dal PCC presenta infatti una combinazione simile di nazionalismo e socialdemocrazia sotto un regime autoritario, anche se in Cina oggi non c'è affatto una devozione verso il leader paragonabile a quella di cui era oggetto Perón, se non attraverso il ricordo di Mao “(Cheek 2007, p.133).
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